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La Settimana Sovversiva

Ciao! Continua il periodo fitto di concerti e incontri sul libro (date a fine mail, come al solito), quindi la Settimana Sovversiva è un po' meno settimanale del solito. Mi piace così, irregolare e discontinua! Come esperimento, vi propongo anche una piccola selezione di link, con alcune cose che ho fatto io e roba interessante presa dal resto di internet. Buona lettura!

Credo che uno dei problemi più grandi che abbiamo con la tecnologia sia la perdita del contatto con il suo lato spirituale. No, non sono così squinternato da pensare che Powerpoint abbia un’anima e che un banco di RAM abbia messaggi trascendentali per me. Sono però cambiate molte cose, negli ultimi trent'anni. Oggi i dispositivi di uso comune si assomigliano tutti e fanno più o meno la stessa roba. Li trovo molto noiosi. Gli smartphone sono indistinguibili tra loro, così come i computer, e la loro funzionalità vira sempre più verso la cloud, un altrove digitale dove avviene la computazione vera e propria. Con l'ubiquità delle connessioni, l'essenza dell'esperienza si è spostata: non più nella tua macchina, l'oggetto che possiedi, ma in un generico etere non quantificabile, dove il tuo computer non è altro che uno dei miliardi di "terminali" della rete. Nel diventare più professionale e sofisticata, la tecnologia ha perso per strada il suo lato umano e si è appiattita su una dimensione più astratta e priva di sfumature. In realtà, il rapporto tra il silicio e l'inafferrabile affonda le sue radici nella storia dell'informatica.

Come racconta il Dottor Pira nel suo illuminante Arriva Sergio, un tempo il computer era una cattedrale nel deserto, immersa nella solitudine dell'offline, dove albergava una misteriosa divinità con la quale l'utente doveva misurarsi. Rispondeva in modo sibillino, restituendo messaggi d'errore o domande esistenziali come "Annulla, Riprova o Tralascia?", per poi prestare il suo potere sovrannaturale a chiunque trovasse le parole giuste per dialogare con lei. Mi facevano paura, i computer. O, meglio, mi incutevano rispetto. C'era sempre il rischio di far arrabbiare la divinità e "rompere" il costosissimo apparecchio, per aver osato troppo nell'ignoto, ed essere costretti a chiamare un tecnico, che poi altro non era che il sacerdote in possesso del sapere ieratico per dialogare con il digitale. I computer erano solo un mucchio di chip, ma era impossibile non percepire il fascino della loro entità (o esserne terrorizzati). Credo che moltissime passioni per l'informatica siano nate da questa scintilla di mistero.

C'era anche una ritualità, nel rapporto con la divinità di silicio. Gesti apotropaici, come soffiare in una cartuccia per farla digerire al lettore, o anche sfoghi primitivi, come i pugni sulla stampante per farla funzionare. A volte eravamo scimmie davanti al monolite. Alcuni riti, però, erano sensati e necessari al mantenimento della macchina. Uno di questi, per la sua forma e il suo significato, è rimasto nel mio immaginario: la deframmentazione.

Parliamo di hard disk, ai tempi noti in Italia come "dischi rigidi", perché al loro interno contenevano dischi... duri, che non potevano essere piegati a piacimento come quelli dei floppy disk (che purtroppo non vennero mai chiamati dischi flosci). Un hard disk era ed è una pila di dischi sui quali si muovono testine che magnetizzano determinati settori, imprimendo gli zeri e gli uni che danno forma ai file salvati. Quando l'hard disk era vuoto, i file venivano scritti tutti di seguito, su settori adiacenti dei dischi. Dopo un po' di tempo, per non sprecare spazio, il computer andava a riempire i settori rimasti vuoti, solitamente a causa dell'eliminazione di un file, e salvava le nuove informazioni in punti diversi dei dischi. Un pezzetto qui, un pezzetto là. Di conseguenza, l'hard disk doveva fare molta più fatica per leggere gli elementi archiviati, come un bibliotecario che deve recuperare un libro diviso in dieci volumi in un punti random degli scaffali. Il computer diventava più lento e il prezioso disco rigido si usurava di più.

Su MS-DOS, e poi anche su Windows, il comando/programma si chiamava DEFRAG.exe. Avviarlo non era una cosa da poco; la sua esecuzione durava ore, durante le quali il computer doveva essere lasciato lì, in pace, a guardarsi l'ombelico. Aveva un'interfaccia rudimentale, che mostrava il disco come una serie di blocchetti tutti scombinati. Piano piano, la macchina macinava e i file venivano spostati e ricomposti, con un procedimento lento ma ipnotico. La lettera R indicava un settore in lettura, la W la scrittura, e il rettangolino giallo un blocco sistemato e felice. Guardatelo in tutta la sua gloria! L'utente non doveva fare niente, eppure so che io e molte mie coetanee rimanevamo a guardare quella danza dei dati, rapite. Per certi versi, era quasi un'esperienza meditativa. Fissavo lo schermo, seguendo dati che cadevano lentamente al loro posto, come la sabbia di una clessidra, cullato dal suono robotico e ritmico delle testine. Era pacifico e rasserenante. Dava l'idea di cose che prendono forma, che si compongono, che si mettono in un ordine che le rende più leggibili e fruibili.

Oggi DEFRAG non serve quasi più, perché i moderni file system hanno minimizzato il problema, ma anche perché è cambiato il meccanismo alla base della tecnologia. Ci sono ancora dischi rigidi alla vecchia maniera, in vari ambiti, ma la stragrande maggioranza dei computer usa ormai dei drive a stati solidi, senza parti mobili, dove deframmentare è addirittura controproducente. Non avvio un defrag da almeno vent'anni, ma il suo valore simbolico è rimasto con me.

Penso alla vita che facciamo e mi sento un po' come un vecchio hard disk. Io, essere umano, primate con un cervello progettato per vivere nelle caverne e guardare le stelle, vivo bombardato da miliardi di stimoli e informazioni. Notifiche, luci, pubblicità, effetti sonori, post, caroselli, cartelloni, depliant, flyer, sticker, tag, segnali stradali. Rumore. In questo baccano informativo, devo trovare le cose che hanno del significato e che mi fanno stare bene, ma spesso sono così frammentate che non riesco nemmeno a percepirle. Mi piace pensare che il riposo sia il nostro defrag: un momento in cui non facciamo niente, all'apparenza, ma sotto sotto stiamo muovendo le testine per mettere in fila i concetti e le cose che abbiamo imparato. Ritroviamo l'unità delle nostre idee e delle nostre percezioni. Se non ci fermiamo mai, diventiamo come un hard disk del 1991, con pensieri e ricordi scritti a caso che ci costringono a faticare il triplo per funzionare peggio. Ci fanno correre così tanto che a volte il significato ci passa accanto e noi non lo notiamo nemmeno, perché è rimasto impresso in settori remoti della nostra psiche.

Purtroppo anche il riposo è un lusso, nell'era della frenesia, e penso che rivendicarlo, a livello personale e collettivo, sia una mossa strategica. Se non ci deframmentiamo, non troveremo mai il comando per disinstallare il capitalismo. Buona Settimana Sovversiva!
Kenobit

PeerTube: Sul mio Peertube inizia a esserci tanta roba interessante. Qui trovate tutti i video che ho fatto negli ultimi tempi sul tema della libertà digitale. Sono rapidi e vi fanno installare piccole app che vi migliorano la vita.

Costretti a sanguinare: Siamo quasi alla fine delle puntate di Costretti a sanguinare, libro per me importantissimo, letto da Philopat e pubblicato su Castopod.

Tele Kenobit: Tutte le mattine, alle 8:30 circa, trasmetto videogiochi e chiacchiere in diretta su questo canale Owncast.

Centauri al contrario: Se conoscete l'inglese abbastanza bene da leggere un libro, vi consiglio di cuore l'ultimo libro di Cory Doctorow, la guida per centauri al contrario alla vita dopo l'IA. Parla in una maniera lucida e necessaria della bolla dell'IA.

PROSSIME DATE

15 luglio - PADOVA @ Descantarse Festival, al Parco Morandi, talk + concerto
16 luglio - TUSCANIA @ 7 Chakras Festival, talk
17 luglio - VEROLI @ Terrazza comunale, talk dalle 19
18 luglio - SENIGALLIA @ Fronde, casa della Grancetta, concerto

Se volete invitarmi per un concerto, un talk o un progetto, scrivetemi pure!

La Settimana Sovversiva
illustrazioni di Gianluca Folì