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La Settimana Sovversiva

Ciao e buon anno! Dopo il letargo delle feste, ricomincia la Settimana Sovversiva. Ho trascorso i primi giorni del 2026 lavorando a una fanzine giocosa che propone una riflessione alternativa sulla spinosissima questione "Spotify è tremendo, ma dove andiamo se lo molliamo?" Ve ne propongo i primi due capitoletti, così mi dite se l'idea vi piace e il discorso vi stuzzica. L'idea è farla uscire presto, con un progetto grafico di Gianluca Folì, che è anche l'autore dello splendido header di questa newsletter.

Nel frattempo, il mio libro, Assalto alle piattaforme, è stato ristampato ed è di nuovo in pronta consegna sul sito di AgenziaX. Se volete, potete anche ascoltarlo gratuitamente, letto da me, qui.

Del libro parlerò anche il venerdì 16, a Catania, alla Palestra Lupo. Lo presenterò e poi faremo festa con il Game Boy. Per tutte le altre date di questo inizio 2026, vi rimando a fondo mail!


L’invasione israeliana della Striscia di Gaza ci ha messo davanti a una verità molto scomoda: le cosiddette “big tech”, le grandi aziende private che controllano buona parte del settore di internet e dell'informatica, sono legate a doppio filo ai lati più turpi del colonialismo e del militarismo, e noi, più o meno consapevolmente, ne siamo complici.

Google e Amazon hanno siglato un accordo plurimiliardario con le forze di occupazione, alle quali offrono servizi di cloud computing di grande importanza strategica. Meta censura su Instagram e Facebook le voci del dissenso e i metadati di WhatsApp sono stati utilizzati per addestrare Lavender, l'intelligenza artificiale sviluppata dall'esercito per scegliere quali case bombardare. Microsoft ha lucrato sul massacro vendendo spazio su Azure Cloud, per abilitare una delle più grandi operazioni di sorveglianza illegale della storia, con la quale la famigerata Unità 8200 ha spiato tutte le telecomunicazioni nella Striscia, salvando "milioni di telefonate all'ora". E lx impiegatx di Microsoft che hanno protestato contro l'uso del loro lavoro a sostegno di un genocidio? Licenziatx. I servizi del capitalismo digitale hanno penetrato così tanto le nostre vite da farceli sembrare insostituibili, indispensabili, e per questo difficili da criticare. Ci vengono proposti come mali necessari, ma è urgente metterli in discussione e problematizzarli, anche se farlo ci mette a disagio.

Il caso più emblematico del 2025 è quello di Spotify. Erano anni che si parlava di quanto fosse ingiusto e predatorio nei confronti dellx artistx, ma la sua diffusione capillare e la comodità di avere "tutta la musica" a portata di streaming ci hanno fatto chiudere un occhio sulle sue ingiustizie. Poi è venuto a galla come vengono investiti i soldi che noi, con la nostra consuetudine d'uso, consegniamo all'azienda: Daniel Ek, CEO, ha investito 600 milioni di dollari in Helsing, una startup che produce droni militari e soluzioni IA per i campi di battaglia. Nello stesso periodo, ha ridotto ulteriormente i compensi per le riproduzioni, già da fame, e ha iniziato a ospitare le pubblicità di reclutamento dell'ICE, la violenta forza di polizia che deporta le persone non bianche negli Stati Uniti di Donald Trump. All'improvviso, e aggiungo per fortuna, c'è stato un moto di disgusto collettivo verso un'azienda che ruba alle musicistx per dare ai razzisti e ai guerrafondai.

La presa di coscienza ci ha imposto un problema non banale. Se molliamo Spotify, poi la musica come la ascoltiamo? E se la creiamo, dove possiamo caricarla per farla ascoltare? Al momento, inutile girarci intorno, una soluzione fatta e finita non c'è. C'è chi ha proposto di migrare verso altre piattaforme commerciali, come Amazon Music o Tidal, ma è come scopare la polvere sotto al tappeto. Sono realtà con implicazioni etiche ed economiche altrettanto problematiche e la legge dell'enshittification ci dice che sarebbero comunque destinate a ripetere le storture di Spotify. C'è chi adocchia realtà commerciali diverse, come Qobuz, che si fregia di pagare più di tutte le altre piattaforme, ma ha una selezione di brani più ridotta e la sua natura privata e for profit non ci dà garanzie sul suo futuro. Ci sono progetti interessanti, come Subvert, che sta lavorando a una piattaforma organizzata come una cooperativa, controllata dallx artistx, ma sono ancora distanti anni luce dal poter offrire un servizio in grado di sostituire Spotify. Lo stesso discorso vale per le piattaforme decentralizzate e basate sul software libero, come Funkwhale, che possono offrire oasi fertili per l'underground, ma non sono ancora pronte all'adozione su larga scala. Per chi si sente pirata, ci sono anche app come Outertune, che rubano dai cataloghi di YouTube Music e affini per proporre un'esperienza analoga a Spotify, ma senza pubblicità. Sono valide, ma si appoggiano agli stessi server dei servizi che dovremmo superare e potrebbero venirci tolte da un giorno all'altro.

Questa fanzine non pretende di proporre una soluzione. È un enorme problema di azione collettiva e dovremo affrontarlo come tale, insieme, negli anni a venire. Vuole invece proporre un gioco che ci aiuti farci domande fuori dalla rigida griglia che ci impone il feudalesimo digitale. E se il problema fosse proprio il modello di Spotify? Lo status quo attuale è davvero il migliore dei mondi possibili? Abbiamo perso qualcosa di importante per strada? Il progresso che ci ha venduto la Silicon Valley è realmente progresso? Non è che ci hanno fregato? Possiamo immaginare un futuro diverso, dove le piattaforme siano in mano al popolo e strutturate per ottimizzare il piacere, invece dei guadagni?

È qui che entra in gioco la Congrega del Nastro Magnetico, misteriosa società segreta dedita al culto delle musicassette. Il punto non è la nostalgia, né il rimpianto dei bei tempi andati. I suoi adepti e le sue adepte esplorano la vecchia tecnologia per indagare sul passato, per premere "rewind" sull'idea bacata di progresso che ci hanno rifilato e capire cosa ci è stato tolto. Forse, da qualche parte, abbiamo imboccato il bivio sbagliato. Possiamo rivendicare il lato umano della musica, o se non altro rimetterlo a fuoco, per dare nuova linfa alla nostra immaginazione. Giochiamo, dunque. Forse troveremo spunti preziosi e idee innovative nascoste tra le pieghe del passato prossimo, o forse no. Nel peggiore dei casi, ci saremo divertitx. IN ALTO I WALKMAN!

LA GRANDE BUGIA

Le bugie più insidiose sono le mezze verità. Ce n'è una, particolarmente diffusa, che la Congrega del Nastro Magnetico mette in dubbio con tutte le sue pratiche: "Su Spotify c'è tutta la musica." Tecnicamente non c'è nulla da obiettare. I server dell'azienda ospitano milioni e milioni di brani, dalle hit da classifica ai b-side più sotterranei. Tutto, in linea teorica, è accessibile con una singola ricerca. E sia chiaro: la possibilità di entrare in contatto con buona parte dello scibile sonoro è potentissima. L'abbiamo assaggiata con l'arrivo di Napster, il paziente zero della gioiosa pirateria del WWW, e conosciamo bene la sua capacità di abbattere barriere.

Un archivio sconfinato, però, ha valore solo in funzione di quanto può essere esplorato, altrimenti è soltanto un ammasso di dati di difficile consultazione. Da questo punto di vista, Spotify presenta vari problemi. Il primo deriva proprio dall'abbondanza. Il fatto che ci siano più brani di quanti un essere umano ne possa ragionevolmente tenere a mente implica che sia necessario uno strumento per selezionarli: l'algoritmo. Gli strumenti non sono mai neutrali, perché il loro design detta i confini di ciò che possono fare. In questo caso, essendo figlio di un'azienda for profit e avendo accesso alle statistiche di utilizzo dell'utenza, l'algoritmo è strutturato per ottimizzare i guadagni, e nello specifico per farci usare l'app il più a lungo possibile. Su una piattaforma commerciale anche la musica diventa content, veicolo di pubblicità e profitto, quindi più ne consumiamo più generiamo introiti. Le playlist che ci propone non sono pensate per arricchirci spiritualmente e allargare i nostri orizzonti, bensì per darci cose che abbiamo già dimostrato di apprezzare. A seconda dei punti di vista, può sembrare un servizio o una gabbia.

Il secondo problema nasce proprio dai criteri della selezione algoritmica. Guardiamo i dati: nel 2024 sono state caricate su Spotify circa 100.000 canzoni al giorno, ma l'87% di tutto il catalogo ha ricevuto meno di 1000 ascolti annuali. Solo il 5% degli artisti ha superato i 1000 fan mensili, e l'86% ne ha raggiunti meno di 10. La stragrande maggioranza degli ascolti è confinata nella sfera del mainstream, e anche al suo interno è sbilanciata verso i brani più performanti. Quello del content è un circolo vizioso: l'algoritmo promuove ciò che porta più numeri, che di conseguenza genera più ascolti e mantiene il suo status privilegiato. Sulla carta, nel grande contenitore di Spotify, tutti i brani sono uguali, ma nella pratica non è così. Più che con un archivio ben organizzato, siamo alle prese con un enorme negozio, dove alcuni prodotti sono in bella vista sugli scaffali, mentre altri sono in fondo al magazzino sotto due strati di polvere. È una struttura nella quale è facile, o quasi inevitabile, imbattersi in una hit di Drake, ma dove è improbabile trovare le nicchie, le stranezze, le opere che non rispondono ai canoni commerciali.

Come se non bastasse, Spotify si sta riempiendo a velocità smodata di fuffa generata con l'Intelligenza Artificiale. Non solo i brani meccanici entrano in competizione con quelli umani, ma è la piattaforma stessa a investire nella tecnologia: avendo il quasi monopolio dei mezzi di distribuzione, potrebbe arrivare a generare la musica in base al nostro mood, liberandosi del fastidioso problema dellx artistx che pretendono soldi in cambio delle loro opere.

Per questo la Congrega del Nastro Magnetico rifiuta il dogma per il quale "tutto è su Spotify" e di conseguenza che chiunque voglia "esistere" debba essere presente sulla piattaforma. L'archivio è enorme, non si discute, ma la sua struttura e le sue dimensioni ostacolano l'esplorazione. Questo scenario è pessimo tanto per chi ascolta, che deve delegare una cosa preziosa come la scoperta a un algoritmo strutturato per ottimizzare i guadagni di un'azienda privata, ma anche per chi crea musica e cerca un modo per condividerla. Nel momento in cui mettiamo le nostre opere sulle piattaforme commerciali diventano content e vengono giudicate di conseguenza, in base alla loro capacità di produrre valore. Entrano in un'arena dove l'86% dei contendenti non cava un ragno dal buco. Forse, al netto della bellezza di poter accedere facilmente a milioni di brani (che ci è comunque garantita da internet, anche con strumenti peer-to-peer indipendenti dallo streaming), il problema è proprio il modello di Spotify. Una realtà così grossa e omnicomprensiva è destinata a diventare sempre più robotica, nell'eterno divenire dell'ottimizzazione.

L'innegabile comodità delle piattaforme non è gratis. Oltre che con i nostri dati personali, l'abbiamo pagata rinunciando alla straordinaria componente umana della condivisione della musica. Non ce ne siamo quasi accorte, ma la consuetudine degli algoritmi ci ha fatto dimenticare come facevamo le cose fino a non troppi anni fa. Per questo la Congrega pratica religiosamente lo scambio della musicassetta, non per capriccio nostalgico, ma per riscoprire la saggezza e la bellezza che c'era in quei gesti. Il Nastro Magnetico ha molte cose da insegnarci.

PROSSIME DATE

16 gennaio - CATANIA @ Palestra Lupo - Presentazione libro + concerto
22 gennaio - FIRENZE @ Artiglieria - Talk più concerto
25 gennaio - AMBRA (Arezzo) @ Agripunk - Presentazione + concerto benefit per Agripunk
30 gennaio - ROMA @ Liminal Space - Concerto
31 gennaio - TORINO @ Global Game Jam - Talk + concerto
4 febbraio - ROMA @ Forte Prenestino - Presentazione + concerto
5 febbraio - SALERNO @ Morticelli - Concerto
6 febbraio - CASERTA @ Club 33 giri - Presentazione e concerto
(20, 21, 27 febbraio primi concerti con la mia nuova band! Vi racconterò!)

Buona Settimana Sovversiva! Che sia un anno battagliero. <3
Kenobit

La Settimana Sovversiva
illustrazioni di Gianluca Folì