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La Settimana Sovversiva

Quando parlo di alternative a Instagram e TikTok, spesso mi sento dire che sono complicate e astruse. Certo, sono sistemi informatici con un sacco di ingranaggi e come tali hanno la loro complessità, ma dire che sono poco accessibili è una falsità. Cosa ci spinge a ripeterla a pappagallo? Siamo senza dubbio condizionate dalla propaganda silenziosa delle piattaforme commerciali, che dipingono qualsiasi cosa al loro esterno come una pericolosa giungla dove i malintenzionati di internet ci ruberanno la merenda. C’è però una forza ancora più insidiosa, quella dell’abitudine. E non un’abitudine qualunque; è l’abitudine a essere sfruttate.

Facciamo un passo indietro, esaminiamo la normalità dell’esperienza di Instagram e vediamo se a essere astruso è davvero il Fediverso e non quello che viviamo quotidianamente. Immaginiamo di voler fare una delle cose più naturali di internet, condividere un link. Abbiamo un profilo e vogliamo fare in modo che chi ci segue ci clicchi sopra e trovi ciò che vogliamo promuovere/comunicare. Se Instagram fosse intuitivo, basterebbe mettere il link in un post, scrivendo qualcosa di semplice come “Qui trovi tutte le informazioni che ti servono.”

Il link, però, porta all’esterno della piattaforma, e questo è tabù. Gli utenti generano valore per Meta quando rimangono all’interno dell’app, dove vedono pubblicità e generano dati personali che potranno poi essere rivenduti. Un link verso l’esterno li fa evadere dal recinto e per questo l’algoritmo lo penalizza, diminuendo drasticamente il numero di persone che vedranno il post. È progettato per ottimizzare i guadagni e del tuo stupido progetto da plebeo non gli importa un’acca. Una piattaforma che ostacola la condivisione da parte degli utenti è davvero social? Potevamo porci questa domanda una quindicina d’anni fa, quando Facebook ha iniziato ad attuare queste politiche, spingendoci ai primi atti di contorsionismo digitale: “Trovate il link nel primo commento.” Quello è stato l’inizio della nostra calata di braghe. Mi piace pensare che esista un’altra dimensione, nel multiverso, dove abbiamo detto “Zuckerberg infame, per te solo le lame” per poi mollare da un giorno all’altro il suo “servizio” predatorio, ma purtroppo siamo in una timeline molto più stupida e ci tocca ballare.

Invece di ribellarci e sottolineare l’assurdità, abbiamo deciso di assecondarla. Per elemosinare visibilità all’algoritmo, abbiamo smesso di mettere i link nei post, inventando la dicitura “link in bio”. Invece di metterti il link nel posto più ragionevole, il post che stai vedendo in questo istante, apro le impostazioni del mio profilo, cambio il testo della bio, metto lì il link e spero che tu abbia la voglia di farti il minisbattimento di fare un clic in più (spoiler: non ce l’hai). Verrà il giorno nel quale vorrò mettere un altro link, ma nel profilo ce ne sta solo uno. Anzi, per essere più precisi, se metti più di un link solo uno diventa cliccabile, mentre l’altro dovrebbe essere copiato e incollato. E allora c’è una pratica soluzione! Vado su Linktree, un servizio di terze parti, creo un account, mi segno un’altra password e creo un pratico URL singolo che contiene i miei link. Accidenti, quanto è intuitivo!

Nel frattempo, l’algoritmo non dorme. Quando noi fastidiosi sudditi troviamo un modo arzigogolato per aggirare il suo volere, può semplicemente cambiare le regole del gioco. Non ci è dato sapere come e perché, ma a un certo punto i post con scritto “link in bio” iniziano a performare peggio. Non c’è un gazzettino che ci avvisa del cambio di policy, siamo costrette a leggere i fondi del caffè, sperando di indovinare il nuovo guizzo del dio capriccioso. Il fenomeno, però, è evidente. I content creator sono mendicanti di visibilità e il calo numerico è la peggiore delle sciagure.

Ed ecco che entra in gioco Manychat, un servizio che forse non conoscete ma che avete senza dubbio visto in azione. L’algoritmo privilegia i post con tanti commenti, perché sono un sintomo dell’engagement che la piattaforma monetizza. Il link non te lo metto più nel post, né nella bio. Vado su Manychat, un altro sito di terze parti, dove creo un’ulteriore utenza, sottoscrivo un abbonamento da 14 dollari al mese e collego il tutto al mio account Instagram, dalle impostazioni, facendo attenzione a dare tutte le autorizzazioni all’app. A quel punto, sono pronto a inquinare la mia sezione commenti in cambio della possibilità che qualcuno visiti il link che voglio condividere. “Ti interessa questa ricetta che ti ho appena fatto vedere? Vuoi le dosi esatte? Scrivi “GNAM” nei commenti e la riceverai nei messaggi privati!” Wow, è semplicissimo. Risultato: una piattaforma che già era un pessimo posto dove chiacchierare si riempie di caricaturali robottini che scrivono la stessa parola, per poi ricevere la stessa risposta preconfezionata di plastica: “Grande! Controlla i tuoi messaggi privati e troverai il link.” Non è demenziale? Eppure è così. La realtà del capitalismo digitale continua a peggiorare, costringendoci a contorcerci nel più innaturale dei modi per avere una briciola di quello che dovrebbe essere la base del servizio. Del resto, sono social solo di nome. Il punto non è la nostra felicità o la nostra possibilità di condividere sogni e passioni, ma solo estrarre valore dal nostro sacrosanto desiderio di umanità.

Screenshot di un toot su Livello Segreto con un link in bella vista

Sul Fediverso, per esempio su Mastodon, se ho voglia di mettere un link lo scrivo nel mio post. Punto. Non c’è un algoritmo che decreta secondo criteri bizantini cosa verrà visto, quindi succede una cosa assurda: le persone che mi seguono per sapere le cose che faccio ricevono senza intermediari le informazioni che condivido. Non devo nemmeno sottopormi agli altri rituali umilianti del content, come abbinare una foto della mia vita privata alla comunicazione, perché l’app disumana è affamata di volti e persone vere. Certo, su Instagram al momento c’è più gente (anche se si potrebbe aprire una parentesi sull’utilità di parlare a un pubblico distratto dalla cascata perenne di content dei reel) e per leggermi sul Fediverso devi crearti un account. La fatica, però, finisce lì: creare un account, una cosa che anche il più grande imbranato informatico del mondo è in grado di fare. Non ci vuole niente. Pensare che la stessa gente che ha memorizzato senza batter ciglio i passi del balletto del link in bio sia troppo stupida per farlo è il più grande regalo che possiamo fare ai nostri secondini digitali.

Il Fediverso non è astruso. Ci chiede soltanto il coraggio di immaginare un mondo digitale concepito per essere una piazza invece che una prigione. Questo sistema diverso ha le sue complessità, ma acquisirle è facile e liberatorio. Dobbiamo solo scrollarci di dosso la brutta abitudine di farci sfruttare e rivendicare la ragionevolezza: avere strumenti che fanno quello che vogliamo, quando lo vogliamo, senza farci pagare il pedaggio.

Buona Settimana Sovversiva!
Kenobit

PS: Se vi piacciono questi discorsi, potrebbe interessarvi anche il mio libro, Assalto alle piattaforme!

PROSSIME DATE

20 febbraio - FANO (PU) @ Arci Artigiana - Concerto con la nuova band Gom Jabbar
21 febbraio - UMBERTIDE (PG) @ Mini Metropolis - Concerto Gom Jabbar + presentazione libro
26 febbraio - SEREGNO @ Arci Tambourine - Concerto Game Boy + presentazione libro
27 febbraio - BRESCIA @ Feltrinelli - Presentazione libro
28 febbraio - MODENA Concerto! Presto più info
6 marzo - NAPOLI @ Zero81 - Presentazione libro
7 marzo - MILANO @ Cascina Occupata Torchiera - Presentazione libro + concerto
8 marzo - ROMA @ GAMM - Concerto Game Boy
11 marzo - BUCCINASCO - Concerto con climbing (info in arrivo)
14 marzo - LIVORNO @ Ex Caserma Occupata - Presentazione libro + concerto
15 marzo - OVADA @ 2 sotto l'ombrello - Presentazione + concerto
20 marzo - TRIESTE @ Casa delle culture - Presentazione + concerto
21 marzo MILANO @ LUME - Presentazione + concerto
26 marzo MILANO @ Cantiere - Presentazione
27 marzo MILANO @ Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa - Presentazione

Per la cronaca, sono emozionatissimo dei primi due concerti dei Gom Jabbar, dove per la prima volta sarò anche cantante. Che strizza! Se vi va, venite a fare il tifo. <3

La Settimana Sovversiva
illustrazioni di Gianluca Folì