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La Settimana Sovversiva

Ciao! Continua a essere un periodo impegnatissimo, tra concerti e presentazioni del libro, ma finalmente ho finito di registrare le ultime puntate della versione audiolibro gratuita di Assalto alle Piattaforme. Le caricherò domani, ma nel frattempo potete recuperare quelle vecchie qui. Se invece volete il libro in formato cartaceo, lo trovate sul sito di Agenzia X. In fondo alla mail, come al solito, trovate le mie prossime date. Questa settimana sarò a Napoli, Roma e Milano. Buona lettura!

Da ragazzo non mi interessavano le auto. I miei compagni di classe non vedevano l’ora di prendere la patente e avevano già le idee chiarissime sui motori, sulle manovre e sui modelli più performanti. Io andavo in skate ed ero felice così. Tutto ciò che circondava le macchine mi sembrava faticoso e stressante. Persino nei videogiochi giravo alla larga dalle simulazioni di guida. L’unico modo concepibile di mettermi al volante era Outrun, con la sua fisica sbarazzina e il suo romantico escapismo digitale. L’idea del traffico e dei clacson mi respingeva. Non avevo nessuna intenzione di prendere la patente, almeno non subito. Poi la vita si mise di traverso.

Poco prima del mio diciottesimo compleanno i miei genitori rimasero coinvolti in un grave incidente. Mamma se la cavò con qualche graffio, ma papà ne uscì vivo per il rotto della cuffia, dopo qualche giorno di coma farmacologico. Si sarebbe ripreso del tutto, ma aveva davanti una lunga convalescenza, nella quale non avrebbe certo potuto guidare. Fu la prima microdose di vita adulta. All’improvviso era importante che quella benedetta patente la prendessi, anche solo per fare la mia parte in casa. Passare l’esame teorico fu facile, ma per la pratica ci vollero due tentativi e la bontà di un esaminatore che ebbe pietà del mio panico. Ero un pessimo neopatentato e odiavo guidare, ma visto che c’era bisogno di me iniziai ad andare in auto ovunque, persino a scuola la mattina. In quel periodo, un giorno, andai a tanto così dall’investire Enrico Mentana sulle strisce pedonali in piazza della Repubblica.

Sono un tipo testardo, quindi alla fine ho imparato a guidare decorosamente. In venticinque anni di patente non ho mai fatto un incidente e non ho rischiato di tirare sotto altri direttori di telegiornali servi del potere. A prescindere dalle disavventure familiari, le macchine che tanto disprezzavo mi sono tornate utili, soprattutto per andare in giro a suonare. Negli ultimi anni, con l’intensificarsi della mia attività da musicista e le presentazioni del libro, mi capita sempre più spesso di farmi lunghi tragitti in autostrada. Ha quasi iniziato a piacermi, non tanto per la guida in sé, che continua a sembrarmi una cosa pericolosissima, ma perché sono momenti di riflessione con me stesso, perfetti per ascoltare un disco, un audiolibro, pensare o più semplicemente osservare. Ogni volta che faccio più di 50 chilometri, non posso non constatare come il comportamento dell’homo sapiens alla guida sia un perfetto specchio dei problemi della società. Permettetemi di riproporvi il pippone che si riproduce nel mio cervello mentre sfreccio sotto i cavalcavia della pianura padana.

Per contestualizzare il discorso vale la pena ricordare come dovrebbe funzionare l’autostrada secondo le regole del codice. È semplice: devi occupare la corsia libera più a destra, a parte quella di emergenza, e spostarti in quelle più a sinistra solo per effettuare il sorpasso di un veicolo che sta andando più lentamente di te, per poi tornare a destra. Così è, almeno, sulla carta. Per una grossa fetta della popolazione, invece, la corsia a destra è quella degli sfigati, mentre quella più a sinistra è riservata ai bomber che fanno brum brum. Ed è qui che incontriamo il mio nemico numero uno, il boss finale del fastidio: il proprietario della costosa Audi grigia che, mentre effettui il tuo pacifico sorpasso, ti si piazza a un metro dal paraurti (cosa già in sé pericolosissima) e inizia a sfanalare con i suoi abbaglianti premium per farti spostare. Mi scuso con i proprietari di Audi che leggono la Settimana Sovversiva, ma le regole non le faccio io: il 90% delle abbagliate che mi arrivano hanno quel logo coi cerchiolini, e non ho usato un maschile sovraesteso. Una donna non mi ha mai fatto i fari! Faccio sempre uno sforzo cosciente per non arrabbiarmi, perché trovo patetico lo stereotipo del maschio rabbioso al volante, ma in quei casi è proprio difficile.

Dove devi andare? Perché tutta questa fretta? A meno che tu non abbia un’emergenza medica, che avrebbe comunque una corsia dedicata, i dieci secondi del mio sorpasso ti cambiano la vita? Parliamone, bilioso proprietario di Audi, perché sono convinto che non ci sia alcuna esigenza pratica dietro alle tue piccole angherie luminose. Il fenomeno è una rappresentazione perfetta di come spesso competiamo per niente, avvelenandoci la vita, chiudendoci in un egoismo che in ultima analisi nuoce soprattutto a noi. L’Audi sfanala perché DEVE PASSARE, perché è più importante di te, perché il suo tempo vale più del tuo. Il pensiero mi fa infuriare, perché mi sembra il simbolo di tutto ciò che va storto nel mondo. Divorata dal bisogno di prevaricare, non gode del viaggio, ma soffre solo per l’assenza della destinazione. Penso che viva malissimo, anche se crede di star vincendo. Dev’essere un fardello molto pesante, quel bisogno di passare prima degli altri.

Nella corsia di destra sono felicissimo. Le automobili, ce lo dicono le statistiche, sono molto pericolose, quindi mi piace avere un’ampia distanza di sicurezza con il veicolo più davanti a me. Lì, quando il traffico è normale, ho molto più spazio di chi sgomita nei sorpassi. Nella stragrande maggioranza dei casi, tra l’altro, guadagnare qualche posizione in classifica non ti fa risparmiare un tempo significativo (a meno che tu non voglia fare il criminale che va a 200 all’ora sulle strade pubbliche, ma quello è un altro paio di maniche). Arriviamo più o meno insieme, ma loro rischiano di più e fanno più fatica. Sorpasso i camion, certo, ma poi torno subito “nella corsia libera più a destra”. Per essere uno che odia la legge, mi rendo conto che al codice della strada sono abbastanza affezionato.

L’altra grande metafora del capitalismo è la coda che si crea quando c’è un incidente. Odio stare fermo in autostrada, perché sotto i dieci all’ora inizia a sembrarmi un luogo inquietante, quasi spettrale. Una striscia di asfalto lunga centinaia di chilometri, nel bel mezzo del nulla, dove c’è tanta gente ma sei più solo che mai. Trovo terrificante fermarmi nelle piazzole, perché le altre auto continuano a sfrecciarti accanto, senza nemmeno sapere che sei lì, in un posto dove se ti mollasse il motore non potresti mai tornare alla civiltà senza un aiuto esterno. Essere in coda non mi piace anche per questo motivo, oltre all’oggettiva seccatura di perdere tempo e rischiare di arrivare tardi. Non piace a nessuno. In quei casi abbiamo un problema collettivo. Siamo qui, chiusi nelle nostre auto, e dobbiamo aspettare che qualcosa, oltre l’orizzonte, si risolva, affinché il nostro viaggio possa ripartire alla giusta velocità. Siamo tutti nella stessa situazione e, con tutta probabilità, tra qualche chilometro c’è qualcuno che ha fatto un incidente e se la sta passando molto peggio di noi. Che priorità abbiamo? Penso che di queste cose dovrebbero parlarti quando fai la patente, perché sono tanto importanti quanto i cartelli. Non è una domanda banale. In una situazione simile, possiamo fare un ragionamento individualista e uno solidale. Il primo vuole semplicemente ripartire e risolvere il problema per sé stesso. Anche il secondo vuole ripartire, ma vuole che i soccorsi arrivino senza impedimenti e che tutti possano procedere il più rapidamente possibile, anche se comporta andare a passo di lumaca.

Quando tutti sono fermi, spuntano quelli che mio nonno definiva “i furbetti”. Si fanno lunghi tratti nella corsia di emergenza, poi rientrano un attimo, approfittando della cortesia o della distrazione di un altro compagno di coda, poi lo rifanno. I furbetti migliorano la loro condizione a scapito della collettività, perché ogni rientro peggiora la coda per tutti gli allocchi che si sono lasciati alle spalle. Inoltre, accettare il rischio di intralciare i mezzi di soccorso è una carenza di empatia gravissima. Visto che la competività ce la inculcano dalle elementari, il loro esempio stuzzica anche chi era partito ragionando in maniera solidale. Essere fregati ci prende contropelo, quindi alcuni decidono che la razza umana non ha speranza e che quella coda è l’inizio di Mad Max. La solidarietà ha fallito e il furbettismo è l’unica strategia praticabile, quindi si gettano anche loro nella mischia, creando un effetto valanga della scortesia che, nella somma dei rallentamenti, finisce per nuocere a tutti in maniera significativa. Bastano poche prepotenze per innescare la spirale della legge del più forte.

Non lo dico con pessimismo. Detesto i discorsi che liquidano tutti i nostri problemi con l’inevitabilità dell’egoismo, che postulano che l’essere umano sia evolutivamente condannato alla prevaricazione. Anzi, penso proprio l’opposto: cooperare è nella nostra natura, altrimenti vivremmo ancora nelle caverne. Su questo fronte, consiglio a chiunque non l’abbia già fatto di scoprire il pensiero di Kropotkin, uno dei padri dell’anarchismo. I suoi studi esaminano il lato storico e scientifico del nostro istinto a cooperare. La stragrande maggioranza degli animali vive in branco e si aiuta a vicenda, non per bontà, ma perché è il modo più efficace per sopravvivere. Saper cooperare è un fattore evolutivo. Anche noi siamo animali sociali, come dimostra il fatto che ci riuniamo in famiglie, gruppi di amiche, collettivi, associazioni. Tutti i più grandi salti avanti che abbiamo fatto nella storia, anche quelli archiviati come meriti personali, sono frutto dell’impegno collettivo di migliaia di umani. Aiutarci è nel nostro DNA. Sono convinto che sia lo stato naturale delle cose. E quindi come mai ci sono i furbetti? Beh, se da un lato del ring c’era Kropotkin, con i guantoni dell’uguaglianza, dall’altro c’era il darwinismo sociale, il pensiero che giustifica l’oppressione del forte sul debole, il pilastro su cui si fonda il capitalismo. Kropotkin non era Shaggy di Scooby-Doo, era un filosofo e uno scienziato. Anche se la sua opera ha più di un secolo, contiene un’analisi rigorosa, ben più chiara di questa mail. Non è un’idea campata per aria, è una tesi fondata su ragioni concrete e ben documentate. Insomma, ecco, io sono d’accordo con lui, anche solo nel non vedere nulla di naturale in un sistema nel quale pochissime persone saltano la coda e condannano il resto dell’umanità a una vita miserabile. A volte facciamo l’errore di pensare che il mondo sia sempre funzionato così, ma la nostra storia è piena di esempi che dimostrano il contrario. Laddove non viene soffocata sul nascere e scoraggiata da una precisa educazione/propaganda, la cooperazione emerge spontaneamente. È il nostro vero superpotere.

Cosa succederebbe se, quando studiamo per la patente, la filosofia sociale delle code fosse affrontata con la stessa attenzione delle precedenze negli incroci? Anzi, pensiamo più in grande. E se riuscissimo a ridurre lo sfruttamento, in modo che tutte abbiano più tempo per vivere e meno necessità di stressarsi e andare sempre di corsa? Non è utopico, è soltanto ragionevole. Ci viene voglia di fare i furbetti perché la cultura imperante ci dice che funziona, e ci propone esempi di successo costruiti sullo sfruttamento. Nella nostra metafora, i miliardari fanno le impennate col booster in corsia d’emergenza mentre noi siamo bloccati in coda a ferragosto con il condizionatore rotto. Hanno tanti soldi, sì, ma dal mio punto di vista sono i peggiori dei perdenti. Se ripensassimo tutte queste cose, incluso cosa significa vincere, forse i furbetti capirebbero che la vera astuzia è aiutarsi e non fare gli stronzi per tre briciole in più. Forse sparirebbero del tutto e chi prova a percorrere le loro orme verrebbe scoraggiato dalla cortesia dei “tonti”. Magari non avremmo nemmeno bisogno di macchine e autostrade, perché tutti i trasporti sarebbero pubblici e meno impattanti. Magari, forse, un giorno, chissà. Nel frattempo, aspettando il cambiamento, trovo la mia utopia nel trattare il prossimo come vorrei che trattasse me.

Morale della storia: non fatemi gli abbaglianti in autostrada se non volete subire un pippone di mezz'ora su Kropotkin e il mutuo appoggio.

Buona Settimana Sovversiva!
Kenobit

PROSSIME DATE

6 marzo - NAPOLI @ Zero81 - Presentazione libro
7 marzo - MILANO @ Cascina Occupata Torchiera - Presentazione libro + concerto
8 marzo - ROMA @ GAMM - Concerto Game Boy
11 marzo - BUCCINASCO - Concerto con climbing (info in arrivo)
13 marzo - PISA - @ Spazio Antagonista Newroz
14 marzo - LIVORNO @ Ex Caserma Occupata - Presentazione libro + concerto
15 marzo - OVADA @ 2 sotto l'ombrello - Presentazione + concerto
19 marzo - BOLOGNA @ Eretica circolo di quartiere - Presentazione + concerto
20 marzo - TRIESTE @ Casa delle culture - Presentazione + concerto
21 marzo MILANO @ LUME - Presentazione + concerto
26 marzo MILANO @ Cantiere - Presentazione
27 marzo MILANO @ Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa - Presentazione

La Settimana Sovversiva
illustrazioni di Gianluca Folì