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    <title>La mailing list di Kenobit</title>
    <link>https://settimana.kenobit.it</link>
    <description>Archivio della mailing-list</description>
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      <title>[La Settimana Sovversiva] IA e bolle nella vasca da bagno</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/a00e5599-e847-4497-859d-cd52178b56db</link>
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        <title>[La Settimana Sovversiva] IA e bolle nella vasca da bagno</title>
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    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/a00e5599-e847-4497-859d-cd52178b56db/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
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        <p><em>Ciao! Questa settimana sarò venerdì a Cosenza, all'Aula Studio Liberata e sabato al Klesh, a Pescara, in entrambi i casi per la combo presentazione Assalto alle piattaforme + concerto. A fine mail, come sempre, trovate l'elenco completo delle date!</em></p>
<p>Non ne posso più di sentir parlare di Intelligenza Artificiale. È un buon segno, perché quando un tema diventa così inflazionato da venirci alla nausea vuol dire che si avvicina la fine dei giochi, o se non altro la resa dei conti. L'IA è diventata il parafulmine dei luoghi comuni e delle inesattezze. Tutti ne parlano, perché è ovunque, ma pochi lo fanno con competenza. Del resto, l'ignoranza diffusa non è colpa della stupidità del popolo (che è tutto fuorché stupido), ma del fatto che i servizi offerti da OpenAI, Anthropic e affini sono scatole nere delle quali non possiamo osservare il funzionamento. Un utente che non comprende la complessità e le parti mobili del servizio che riceve è più facile da ingannare, o se non altro da convincere che questi chatbot glorificati siano il luminoso e ineluttabile futuro della razza umana. Sono inutili? No, non penso. Semplicemente, non credo che valgano nemmeno un centesimo di tutte le risorse naturali ed economiche che ci stiamo investendo. E uso il noi, non a caso, perché quando le big tech usano le risorse del pianeta, dall'acqua per raffreddare i data center ai minerali necessari per le GPU, stanno usando risorse NOSTRE. Il fatto che nel sistema vigente abbiano il denaro per comprarle non vuol dire che non stiano attingendo a un bene comune, scarso e finito. Il conto lo paghiamo noi.</p>
<p>Per questo, tra i tanti game over dialettici nei quali mi imbatto quando parlo con i sostenitori dell'IA (alcuni in buona fede, altri no), quello che più mi prende più contropelo è: &quot;L'IA è qui per restare, ormai è fatta, adeguati e impara a conviverci.&quot; Questi discorsi mi fanno incazzare in Dolby Surround. Le attuali IA generative sono fondate su una colossale violazione del consenso collettivo: i dati con cui sono stati addestrati i modelli che hanno dato il via alla bolla sono rubati. Le aziende hanno pescato a strascico, rastrellando tutto il rastrellabile di internet, in un'operazione di <em>scraping</em> senza precedenti. Là dentro ci sono le vostre foto, i volti dei vostri cari, le frasi dei vostri blog, presi senza chiedervi il permesso e messi al servizio di macchine volte al profitto privato. E quando qualcuno ha alzato la mano per dire che questa estrazione coatta era problematica, le aziende hanno risposto con un pernacchione. &quot;L'ho già fatto, non puoi farci niente, vai pure a piangere dalla mamma.&quot; A volte vedo una corrispondenza 1:1 tra le aziende della Silicon Valley e i bulletti/maschi tossici che sono convinti che prevaricare sia una mossa da vincenti. Quando mi sento dire che l'attuale incarnazione dell'IA è &quot;qui per restare&quot; e che la mossa migliore è lasciarlo succedere, mi sembra di vedere una replica digitale della cultura dello stupro. Qualcun altro decide per te. Tu non hai voce in capitolo, ma se ti dimeni fa più male, quindi tanto vale metterti comodo. E se provi a opporti, a dire che quel futuro <em>ineluttabile</em> può e deve essere messo in discussione, allora sei troppo stupido per capire il vero potenziale della tecnologia o le sei avverso perché incompetente/geloso/luddista. Vedrai che ti piace, se ti arrendi. Che fastidio.</p>
<p>Tra l'altro, quel &quot;è qui per restare&quot;, più che un fatto, è un mantra ripetuto dai cultisti che si sono fatti convincere dal capo della setta. La realtà è ben diversa: non serve essere detrattori ideologici dell'IA generativa per capire che si tratta di un'enorme bolla speculativa. La verità è che così non si può continuare, perché le spese eccedono i ricavi, i costi non si riducono e le aziende coinvolte gonfiano le loro valutazioni con manovre economiche <em>fantasiose</em>. Inoltre, per quanto l'oste dica che il vino sia buonissimo, gli agenti IA costano una fortuna (e costeranno sempre di più) e prendono troppe cantonate per automatizzare in maniera efficace ciò che dovrebbero. Le bolle prima o poi scoppiano, come quelle nella vasca da bagno, e quando vengono a galla la puzza la sentiamo tutte. Cosa succede quando scoppiano le bolle? La bolla dell'IA sarà come quella delle dotcom? Lascerà cose utili, o solo macerie?</p>
<p>Anche su questo tema, spesso, vengono dette grandi inesattezze, e non voglio contribuire al problema. Non mi occupo di economia e non ho la formazione per farlo, quindi ho pensato di tradurre un articolo di <a href="https://pluralistic.net/2026/05/07/dump-the-pumpers/#alpo-eaters-anonymous">Cory Doctorow</a>, che osserva il fenomeno da più di vent'anni e che da sempre offre una visione lucida e basata sui fatti. L'articolo si intitola &quot;Le bolle sono DAVVERO malvage&quot; ed è pubblicato sul suo sito, <a href="https://pluralistic.net/">Pluralistic</a>, con una licenza libera di Creative Commons. È la stessa che ho usato per il mio libro (che potete comprare <a href="https://agenziax.it/assalto-piattaforme">qui</a> o ascoltare gratis <a href="https://podcast.kenobit.it/@assaltoallepiattaforme">qui</a>).</p>
<p>La cosa buffa è che facevo il traduttore e ho smesso perché l'IA generativa ha svalutato irrimediabilmente il mio lavoro e quello delle mie colleghe. Sono anni che non traduco più un videogioco, ma c'è un che di poetico nel rispolverare la vecchia professione per tradurre un testo come questo. Lascio la parola a Cory Doctorow. Il finale dell'articolo fa riferimento alla realtà delle pensioni statunitensi, ma il discorso è tragicamente calzante anche per noi.</p>
<h2 id="kenobit">Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</h2>
<p>Ho detto pubblicamente che ogni bolla economica è terribile, ma alcune bolle lasciano se non altro qualche residuo produttivo recuperabile, mentre altre lasciano solo cenere. È la tesi del mio prossimo libro, <a href="https://us.macmillan.com/books/9780374621568/thereversecentaursguidetolifeafterai/">The Reverse Centaur's Guide to Life After AI</a> (Guida per centauri inversi alla vita dopo l’IA).</p>
<p>Vi propongo un confronto storico illuminante: Enron vs Worldcom. Sono state entrambe truffe monumentali. I CEO di entrambe le aziende sono morti poco dopo la scoperta delle truffe, ma hanno lasciato eredità molto diverse. Enron – una truffa che ha finto di ottenere miliardi in nuove efficienze tramite il “trading energetico”, ma che stava in realtà creando blackout programmati per gonfiare i prezzi della corrente – non ha lasciato niente.</p>
<p>Beh, non proprio niente. Enron ha lasciato un piccolo residuo utile, dopo il suo crollo: un gigantesco archivio di email. Quando Enron andò a gambe all'aria venne denunciata dai suoi creditori, che chiesero accesso alle email rilevanti sul server Outlook dell'azienda. I dirigenti dell'azienda decisero di non spendere soldi per isolare le email scorrelate prima di inviare il materiale alla corte, quindi pubblicarono tutte le email inviate e ricevute da chiunque fosse entrato in contatto con Enron. L'<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Enron_Corpus">archivio</a> includeva una miriade di informazioni sensibili, personali ed estremamente private di impiegati e clienti di Enron.</p>
<p>Divenne noto come &quot;Enron Corpus&quot; e fu la prima grande collezione di email a entrare nel pubblico dominio, a disposizione della ricerca. Per questo divenne il dataset di riferimento per i ricercatori nell'ambito delle reti sociali, del linguaggio naturale e di altre materie poi diventate centrali nell'informatica e nelle applicazioni commerciali.</p>
<p>Se parliamo di eredità, l'Enron Corpus è poca roba, ed è comunque discutibile, sia perché è stata una grave violazione della privacy di tantissime persone, sia perché il lavoro su reti sociali e linguaggio naturale che ha abilitato è stato poi messo al servizio di imprese profondamente merdose.
Poi c'è Worldcom: un'altra truffa colossale, che falsificò miliardi di dollari di ordini per nuove linee di fibra ottica, per poi sbudellare le strade di mezzo mondo e installarle. Quando Worldcom dichiarò la bancarotta, tutta quella fibra rimase sottoterra, e molta gente la usa ancora oggi. Casa mia a Burbank ha una connessione simmetrica da 2 GB di AT&amp;T, che si appoggia alla vecchia fibra di Worldcom, che AT&amp;T ha comprato per due spiccioli.
Mentre per trovare qualcosa di positivo nelle macerie di Enron bisogna sforzarsi molto, è facile individuare il residuo produttivo di Worldcom: tonnellate di fibra ottica e condotti sotto le strade delle più grandi città del mondo, pronte a essere accese per traghettare la gente in zona nel ventunesimo secolo. La fibra, del resto, è fantastica. È migliaia di volte meglio <a href="https://pluralistic.net/2026/04/07/swisscom/#stacked">del rame, del 5G e di Starlink</a>.</p>
<p>Anche se il CEO di Enron, Ken Lay, e quello di Worldcom, Bernie Ebbers, finirono entrambi in prigione dopo la scoperta delle loro truffe, le bolle non si sono mai fermate, e anzi sono peggiorate. L'IA è la più grande bolla della storia dell'umanità, persino più grave della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/South_Sea_Company">bolla del Mare del Sud</a>.</p>
<p>Come le bolle precedenti, alcune delle nostre bolle moderne non lasceranno niente, mentre altre lasceranno un qualche residuo positivo. Prendiamo l'esempio della bolla delle criptovalute. Le criptovalute sono destinate ad andare a zero, e <a href="https://www.web3isgoinggreat.com/">quando lo faranno</a> lasceranno qualche merdosa scimmia in formato JPEG e ancor più merdosi principi di economia di scuola austriaca.</p>
<p>Come nel caso di Enron, con un po' di impegno possiamo trovare dei residui produttivi anche nelle criptovalute. Un sacco di programmatori e programmatrici hanno ricevuto formazione altamente sovvenzionata su Rust e i fondamenti della crittografia, beni preziosissimi nel nostro mondo digitale così poco sicuro.
Alcuni dei meccanismi alla base delle criptovalute sono utili, anche senza blockchain. Prendiamo <a href="https://www.metalabel.com/">Metalabel</a>, un sistema che permette ai collaboratori di progetti creativi di automatizzare la spartizione degli introiti, applicando la logica della DAO (Organizzazione Autonoma Decentralizzata) a conti in banca tradizionali, in dollari. Stanno riciclando gli strumenti della bolla delle criptovalute per creare qualcosa di utile, senza le criptovalute.</p>
<p>Ma, come nel caso dell'Enron Corpus, è davvero poca roba. Il mondo ha buttato miliardi nel cesso in cambio di qualche misero milione di valore, con le criptovalute. Il resto dei soldi sono scomparsi nelle tasche degli insider corrotti che hanno truffato il pubblico, convincendolo a separarsi dai suoi risparmi.
Se le criptovalute saranno simili a Enron, dopo lo scoppio della bolla, come sarà l'IA? Penso che l'IA sarà più simile a Worldcom: ci sono varie cose utili che l'IA è in grado di fare, in fondo. Togli la bolla e possiamo iniziare a chiamare le robe dell'IA &quot;plug-in&quot;. Qualcuno li userà, qualcuno no, alcuni utilizzi saranno produttivi, altri saranno idioti, ma non ci staremo scommettendo sopra l'intera economia mondiale, né tantomeno useremo le nostre ultime gocce di acqua potabile per raffreddare i loro data center.</p>
<p>Dopo lo scoppio della bolla dell'IA sopravvivranno molte cose. I data center saranno ancora in piedi. Ci saranno ancora le GPU e, se non &quot;sfianchiamo le risorse&quot; spingendole ai limiti, non si bruceranno nel giro di 2-3 anni. Ci saranno un sacco di statistici applicati, etichettatori di dati esperti, etc., tutti in cerca di lavoro. E ci saranno un sacco di modelli open source <a href="https://pluralistic.net/2025/10/16/post-ai-ai/#productive-residue">pronti a essere ottimizzati</a> (perché rendere un modello open source più efficiente, se stai cercando di attirare capitali con la promessa di spendere più di tutta la concorrenza per dominare un mondo basato su un'IA centralizzata, ubiqua, pluripotente, dove chi vince piglia tutto?).</p>
<p>È una situazione simile allo scoppio della bolla delle dotcom nei primi anni 2000. Da un giorno all'altro, la legione di laureandi in studi umanistici che avevano ricevuto formazione agevolata in perl, Python e HTML si trovarono in cerca di lavoro. I server potevano venire acquistati in blocco a prezzi stracciati (dati degli utenti inclusi!). Comprai un &quot;set da salotto&quot; di sei sedie da ufficio da più di mille dollari l'una a 50 dollari (ancora nel cellophane!) dal fondatore di una dotcom che si era messo a venderle sul marciapiede, fuori dall'ufficio della sua startup fallita, nella Mission. Mi offrì dieci scorte a vita di magliette con il suo brand per 20$. Dissi di no.
Nacque così il Web 2.0. All'improvviso, le persone che volevano realizzare cose buone e concrete potevano farlo, perché avevano a disposizione lavoratori esperti, hardware e spazi da ufficio a prezzi da occasione, che potevano permettersi di anticipare personalmente, o anche solo di caricarli sulla carta di credito. Potevano lavorare per il web che volevano, liberi da quegli stronzi dei loro capi e dai venture capitalist. Non tutto ciò che nacque in quel periodo inebriante si rivelò valido, ma furono create molte cose di qualità.</p>
<p>È facile immaginare come la scena post-bolla dell'IA possa produrre benefici paragonabili a quelli del Web 2.0: progetti creati da e per persone che vogliono cose utili e divertenti, senza farsi distrarre dal miraggio dei miliardi illusori promessi dai truffatori azionari che hanno creato la bolla. Penso che troverò utili alcuni di questi strumenti post-bolla, e che tra vent'anni li userò ancora, proprio come oggi sto usando alcuni dei servizi nati nell'immediato post-bolla delle dotcom.
E nonostante tutto, NON NE VALE LA PENA.</p>
<p>Il residuo lasciato da ogni bolla è sovvenzionato, ma la sovvenzione non arriva dalle tasche profonde degli investitori in preda all'<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Irrational_exuberance">irragionevole esuberanza</a>. Viene dalle famiglie, dalla gente comune, dagli investitori al dettaglio che sono stati ingannati e spinti a investire i loro soldi dagli insider che hanno gonfiato la bolla.</p>
<p>Da Worldcom a Enron, dalle cripto all'IA, il senso di una bolla non è il residuo che lascia o non lascia, è il trasferimento di valore dai lavoratori ai criminali. Le bolle sono un sistema per spostare i risparmi faticosamente ottenuti dalla gente che lavora nella tasche di quella che si limita a rubare.</p>
<p>Sin dagli anni di Carter, i lavoratori sono stati obbligati a buttare i loro risparmi nel mercato azionario, dopo che i piani pensionistici &quot;a prestazione definita&quot; (che garantiscono una somma mensile, ritoccata in base all'inflazione, fino alla morte) sono stati rimpiazzati con i 401k e altre &quot;pensioni basate sul mercato&quot; (dove sopravvivi alla fine della vita lavorativa solo <a href="https://pluralistic.net/2022/05/29/against-cozy-catastrophies/">se scommetti correttamente sui movimenti delle azioni</a>).
Anche se sembra un gioco truccato – gli insider della finanza saranno sempre più bravi a scommettere sulle azioni rispetto a insegnanti, infermieri, inservienti e altri lavoratori produttivi – i sostenitori di questo sistema insistono sul fatto che i lavoratori non sono i proverbiali polli da spennare seduti al tavolo del poker. Ma il mercato delle azioni è come Kalshi e Polymarket, dove le perdite di uno scommettitore sono il guadagno di un altro, e in quei mercati quasi tutti i guadagni si concentrano nelle mani di <a href="https://www.coindesk.com/markets/2026/04/29/a-tiny-group-is-winning-on-polymarket-as-under-1-of-wallets-take-half-the-profits">meno dell'1% degli scommettitori</a>.</p>
<p>In qualche modo, secondo loro, potremmo battere quegli insider e arrivare alla terza età senza essere costretti a mangiare cibo per cani o a gravare sui nostri figli, scommettendo su tutto il mercato, tramite <a href="https://pluralistic.net/2022/03/17/shareholder-socialism/#asset-manager-capitalism">i fondi indicizzati</a>. Così facendo, in teoria, potremmo &quot;diversificare&quot; il nostro portafoglio, mettendoci al riparo da rischi che non siamo in grado né di capire, né tantomeno di prevedere. Grazie ai capitali privati e alla bolla dell'IA, scommettere su &quot;tutto il mercato&quot; significa di fatto &quot;scommettere sull'IA&quot;. Il 35% dell'indice S&amp;P 500 è legato a sette aziende dell'IA, impegnate nella pratica chiaramente fraudolenta (e vicina a Worldcom) di passarsi con gran velocità la stessa cambialona da 100 miliardi di dollari, <a href="https://www.fool.com/investing/2025/11/05/ai-growth-stocks-is-there-still-room-to-run/">facendo finta che i soldi siano su tutti i conti in banca contemporaneamente</a>.</p>
<p>Quando scoppierà la bolla dell'IA, vaporizzerà (almeno) il 35% del mercato azionario statunitense e spazzerà via i risparmiatori truffati che sono stati convinti a scommettere il loro futuro sull'IA, sedotti dalle narrazioni ingannevoli dei suoi venditori. Milioni di persone che hanno lavorato duramente per tutta la vita e hanno fatto rinunce per garantirsi una pensione verranno spazzate via. Diventeranno dipendenti dallo stesso sistema previdenziale che i Repubblicani vogliono affamare fino alla bancarotta, per poi trasformarlo in un altro &quot;sistema basato sul mercato&quot;, dove dovrai scambiare chip al casinò delle azioni, <a href="https://www.newsweek.com/major-social-security-change-proposed-to-build-wealth-11727844">sedendoti allo stesso tavolo di giocatori professionisti con tutte le carte in mano</a>.</p>
<p>Annientare un terzo del mercato azionario provocherà gravi scossoni, ma il lavoratore medio statunitense ha solo 955$ come fondo pensione. Perché vaporizzare i risparmi ridurrà i consumi per una generazione. Gli anziani che dovranno vendere le case di famiglia per pagare le spese mediche non potranno permettersi di fare colazione fuori o di andare al cinema il martedì. Non vizieranno i nipotini con bei regali di compleanno e non potranno aiutare i loro figli a comprare la prima casa.
Peggio ancora: davanti alle catastrofi economiche, la nostra società (almeno per ora) non sa fare altro che imporre una brutale austerity, e l'austerity spinge gli elettori tra le braccia dei gradassi fascisti, che danno tutta la colpa alle minoranze per poi rubare tutto quello che possono.</p>
<p>Insomma, c'è una bella differenza tra il dire che quella dell'IA è il tipo di bolla migliore, che lascia un residuo produttivo, e sostenerla in quanto metodo efficace o moralmente accettabile per produrre quel residuo. Un conto è ragionare su come salvare il salvabile in vista di una catastrofe, un altro è indurre o prolungare la catastrofe per aumentare il residuo.</p>
<p>I truffatori che hanno creato questa bolla sono criminali che stanno distruggendo il futuro di una generazione di risparmiatori. Sono dei mostri e la loro bolla deve scoppiare il più presto possibile.</p>
<h2 id="prossime-date">PROSSIME DATE</h2>
<p>29 aprile - <strong>VERONA</strong> @ Parco della Provianda - È festa d'aprile<br />
7 maggio - <strong>TORINO</strong> @ Politecnico (info in arrivo)<br />
8 maggio - <strong>MONTASICO</strong> @ Bisaboga - Giornata di mutuo aiuto digitale<br />
10 maggio - <strong>FIRENZE</strong> @ Next Emerson - Presentazione libro<br />
15 maggio - <strong>COSENZA</strong> @ Aula studio liberata<br />
16 maggio - <strong>PESCARA</strong> @ Kletch<br />
22 maggio - <strong>BOLOGNA</strong> @ Freakout, concerto Game Boy<br />
23 maggio - <strong>ROMA</strong> - @ Villaggio Globale, Stickerom Expo<br />
24 maggio - <strong>JESI</strong> @ Centro Sociale TNT, Technotopie<br />
13 giugno - <strong>VENEZIA</strong> @ Bissuola Dungeon Fest<br />
14 giugno - <strong>CASERTA</strong> @ Area Ex Macrico<br />
19 giugno - <strong>BUSTO ARSIZIO</strong> @ Circolo Gagarin, presentazione libro<br />
20 giugno - <strong>ROMA</strong> @ ROMA.exe demoparty, concerto con i Gom Jabbar<br />
21 giugno - <strong>PIACENZA</strong> @ LOW-L Fest, concerto con i Gom Jabbar</p>
<p>Se volete invitarmi per un concerto, un talk o un progetto, scrivetemi pure!</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
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      <pubDate>Mon, 11 May 2026 16:02:00 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] Il glitch come momento di verità</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/a2283191-ccfa-443f-b77e-01634dad5170</link>
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        <title>[La Settimana Sovversiva] Il glitch come momento di verità</title>
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<body style="background-color: #f4e8bd;font-family: 'Helvetica Neue', 'Segoe UI', Helvetica, sans-serif;font-size: 15px;line-height: 26px;margin: 0;color: #444;">
    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/a2283191-ccfa-443f-b77e-01634dad5170/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p>A volte mi diverto a pensare alle statistiche della vita. Avete presente i videogiochi come Grand Theft Auto, che tengono traccia di tutto quello che fai e sanno dirti quanta strada hai percorso in macchina, quanta in impennata, quante volte sei caduto in acqua, eccetera? Ecco, io sogno di avere la stessa cosa, ma nel mondo reale. Potrei sapere quanti chili di olive ho mangiato dal 1982, quante persone diverse ho conosciuto, quante tachipirine ho preso, quanti minuti ho trascorso da arrabbiato, quante volte ho sbattuto il mignolino contro uno spigolo. Potrebbero anche esserci delle leaderboard mondiali! A costo di giocarmi qualsiasi briciola di credibilità intellettuale, penso sempre che ogni giorno c’è una persona che ha fatto la cacca più grossa del pianeta e non lo saprà mai. Ma non divaghiamo. Anzi, divaghiamo tantissimo.</p>
<p>La magica macchina sputastatistiche non esiste, ma c’è una precisa categoria in cui credo potrei piazzarmi nella top 10 dell’umanità: “numero di visualizzazioni della schermata di avvio del Game Boy”. Quando accendi un Game Boy, una scrittina <strong>Nintendo®</strong> scende lentamente lungo lo schermo, per poi fermarsi al centro con un iconico effetto sonoro. DLIN! Se non avete presente di cosa sto parlando, ecco <a href="https://www.youtube.com/shorts/xhkhp-EhZTU">un video trafugato da YouTube</a>. Suono il Game Boy da quasi 19 anni e ogni volta che mi esibisco mi giostro con una dozzina di cartucce sulle quali ho scritto i miei brani. Vuol dire che accendo e spengo la console almeno dieci volte a set, senza contare gli errori di cui parleremo tra poco. Quella sequenza di boot è una parte integrante della mia vita. Con tutti i concerti che faccio, penso sinceramente di essere una delle persone l’ha vista più volte in tutta la storia dell’umanità. Non lo saprò mai, ma mi piace l’idea, perché in quel mucchietto di pixel monocromatici vedo un sacco di significato. L’avvio del Game Boy, infatti, è così per un motivo ben preciso. È una sorta di sistema con una chiave e una serratura.</p>
<p>Nel 1989, anno di lancio del Game Boy, l’industria dei videogiochi si era appena ripresa dal rovinoso <em>crash</em> del 1983, quello che sancì la fine del regno di Atari. Il disastro si consumò per svariati motivi, tutti legati alla sbornia del capitalismo e a una fame di profitti così grande da portare a un’irrimediabile saturazione del mercato. È la stessa storia che ha portato Atari a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Sepoltura_dei_videogiochi_Atari">seppellire 700.000 cartucce non vendute in una discarica del New Mexico</a>. Ad affossare Atari fu anche l’invasione di giochi “di terze parti”. Il gaming era diventato una corsa all’oro e chiunque aveva iniziato a produrre giochi non ufficiali per Atari 2600, anche senza avere le competenze necessarie, nella speranza di saltare sul carro dei vincitori. Gli scaffali dei negozi vennero inondati di porcherie che il grande pubblico associava al marchio Atari, che non aveva alcun modo per arrestare il fenomeno.</p>
<p>Non volendo fare la stessa fine, Nintendo escogitò un sistema per impedire agli studi di sviluppo non autorizzati di pubblicare giochi per Game Boy. L’accensione della console, quella con la scrittina che scende, è di fatto uno scambio crittografico, una parola d’ordine che viene pronunciata e verificata prima di aprire la porta. Sembra complicato, ma non lo è. Nella memoria interna del Game Boy è salvata la sequenza di dati che compone la scritta <strong>Nintendo®</strong>. Quella R cerchiata, non a caso, sottolinea la natura del marchio registrato. Affinché la console partisse, la cartuccia inserita doveva riportare la stessa identica sequenza in un preciso settore della memoria. Se la scritta non combaciava alla perfezione, il Game Boy non andava oltre la schermata iniziale.</p>
<p>Nintendo non aveva mezzi fisici per impedire a chicchessia di creare un gioco per la sua console, ma con questo trucchetto obbligava gli aspiranti pirati a includere il suo logo, con tanto di trademark, direttamente nell’introduzione del gioco. In questo modo, avrebbe potuto fare causa non per aver creato un gioco di terze parti (pratica assolutamente legale), ma per violazione del suo diritto d’autore. La cosa bella dei lucchetti è che se li ha progettati un essere umano possono essere scassinati da un altro essere umano. Il sistema di protezione scongiurò l’infausta sorte di Atari, ma non impedì a svariate software house di pubblicare i propri bootleg. Pensate, tra i pirati più prolifici ci fu la Wisdom Tree, una realtà ultracristiana che voleva usare <a href="https://youtu.be/cLL5VOvAMzU?si=BHzy1Av1MaLTCtmH">il medium dei videogiochi per diffondere le sacre scritture</a>.</p>
<p>Ora, a distanza di trentasette anni dal lancio della console, questo sistema di protezione è un fossile informatico. La sua funzione originaria non sussiste più, ma possiamo osservarlo emergere dai bit come un trilobite. Lo trovo incredibilmente affascinante, sia perché ho un rapporto quasi spirituale con il Game Boy, sia perché ci permette di osservare la magia irripetibile della tecnologia che sbaglia: il glitch. Con il passare degli anni, i componenti elettronici si deteriorano e perdono qualche colpo. Nello specifico, il lettore della cartuccia, dopo decenni di onorato servizio, non funziona più alla perfezione. A volte parte alla prima botta, ma tante altre, complici la polvere e l’ossido, non legge bene il settore di memoria sul quale è salvato il logo <strong>Nintendo®</strong>. La stretta di mano segreta con il dato salvato nel chip non viene effettuata e il vecchio Game Boy rimane incastrato sulla schermata iniziale. Il dato corrotto, però, viene comunque visualizzato sullo schermo, sotto forma di logo glitchato. È qui che arriva la magia. C’è un filo di matematica, ma non fatevi spaventare. L’ho capita pure io, che ho fatto lettere.</p>
<p><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/map.png" alt="mappatura del logo" /><br />
<small><em>Analisi della mappatura del logo, fatta da Catskull, autore di una <a href="https://catskull.net/gameboy-boot-screen-logo.html">ricerca approfondita sul tema</a></em></small></p>
<p>Il logo Nintendo è composto da 96 x 16 pixel. Questi valori sono salvati in 48 byte di data. Ogni byte è formato da 8 bit. Un bit può essere “0”, ossia vuoto, oppure “1”, pieno. 48 per 8 fa 384. Vuol dire che il logo è formato da 384 bit che possono essere accesi o spenti, in qualsiasi ordine. Quante sono le combinazioni possibili, dunque? 2³⁸⁴. Due alla trecentottantaquattresima. Le combinazioni possibili sono: 39402006196394479212279040100143613805079739270465446667948
293404245721771497210611414266254884915640806627990306816. O, se preferite, 3,9 moltiplicato per 10¹¹⁵, ossia per 1 seguito da 115 zeri. È un numero inconcepibile per le nostre menti. La sua grandezza è inimmaginabile. Come riferimento, si stima che nell’universo osservabile ci siano 10²⁴ stelle, e che il numero di atomi sia 10⁸². Spiccioli, rispetto al nostro giganumero.</p>
<p>Torniamo al Game Boy. Mentre suono, capita spesso che il lettore faccia cilecca e che il piccolo schermo mi proponga una delle (quasi) infinite varianti del logo glitchato. Uso due Game Boy per volta; se sto cambiando cartuccia su un Game Boy, vuol dire che l’altro sta suonando e che ho tempo fino al termine della canzone per caricare il mio software e preparare un brano. In quei momenti sono come un DJ che deve avere un vinile sul secondo piatto prima che l’altro disco finisca. È una lotta contro il tempo, in fondo. Quando vedo un glitch, tecnicamente dovrei arrabbiarmi perché la macchina non sta funzionando come deve. Ne va della professionalità del mio set! Eppure, da quando ho realizzato l’eccezionale unicità di ogni glitch, sorrido e assaporo il momento, perché con tutta probabilità sono la prima e ultima persona che vedrà quella precisa sequenza di pixel, in tutta la storia dell’universo.</p>
<p><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/bootgb.jpeg" alt="un logo glitchato" /><br />
<small><em>Un glitch sul mio Game Boy. Ci pensate che è la prima e l'unica volta che apparirà quella sequenza di pixel su un GB?</em></small></p>
<p>A volte la scritta “Nintendo” è ancora distinguibile, ma spezzata, sporcata, frammentata. Tante altre è una strisciata astratta e irregolare. Ogni manifestazione di quei 96 x 16 pixel è irripetibile.</p>
<p>Allora il glitch non è un errore. È un momento di verità, di presenza, nel quale l’immensa improbabilità dell’essere assume una forma tangibile. Ci vedo qualcosa di mistico. Mi emoziona anche perché ci hanno insegnato a vedere la tecnologia come una materia fredda, slegata dalla componente umana, nella quale i nostri sentimenti non giocano alcun ruolo. Mi piace vedere un Game Boy vecchietto che manifesta la sua fallibilità, mi piace portarla sul palco, mi piace vedere lo spirito del tutto nell’incrinarsi di un meccanismo tecnicamente esatto. Mi fa battere il cuore che persino a un mucchio di transistor sia consentito uscire dalla performatività e dall’obbligo della perfezione.</p>
<p>Mi rendo perfettamente conto che è un ragionamento da squinternato, ma quando il Game Boy mi regala un glitch io sorrido, felice. Viviamo in un mondo così difficile da decifrare che non mi sento per niente in colpa a trovare del significato dove dico io.</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</p>
<p><em>Nota: per fare i precisini, non abbiamo garanzie che i tipi di errori di lettura che può fare un Game Boy siano uniformemente distribuiti su tutte le possibili combinazioni. Nella pratica, lo spazio dei glitch realmente osservabili potrebbe essere più piccolo, ma comunque enorme.</em></p>
<h2 id="prossime-date">PROSSIME DATE</h2>
<p>29 aprile - <strong>VERONA</strong> @ Parco della Provianda - È festa d'aprile<br />
7 maggio - <strong>TORINO</strong> @ Politecnico (info in arrivo)<br />
8 maggio - <strong>MONTASICO</strong> @ Bisaboga - Giornata di mutuo aiuto digitale<br />
10 maggio - <strong>FIRENZE</strong> @ Next Emerson - Presentazione libro<br />
15 maggio - <strong>COSENZA</strong> @ Aula studio liberata<br />
22 maggio - <strong>BOLOGNA</strong> @ Freakout, concerto Game Boy<br />
23 maggio - <strong>ROMA</strong> - @ Villaggio Globale, Stickerom Expo<br />
24 maggio - <strong>JESI</strong> @ Centro Sociale TNT, Technotopie<br />
13 giugno - <strong>VENEZIA</strong> @ Bissuola Dungeon Fest<br />
14 giugno - <strong>CASERTA</strong> @ Area Ex Macrico<br />
19 giugno - <strong>BUSTO ARSIZIO</strong> @ Circolo Gagarin, presentazione libro<br />
20 giugno - <strong>ROMA</strong> @ ROMA.exe demoparty, concerto con i Gom Jabbar<br />
21 giugno - <strong>PIACENZA</strong> @ LOW-L Fest, concerto con i Gom Jabbar</p>
<p>Se volete invitarmi per un concerto, un talk o un progetto, scrivetemi pure!</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
        <p>
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    </div>
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</html>
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      <pubDate>Tue, 28 Apr 2026 11:17:58 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] Filosofia autostradale e Audi tossiche</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/14578225-c04c-49e1-b6f0-21a827d7b3d3</link>
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    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/14578225-c04c-49e1-b6f0-21a827d7b3d3/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p>Ciao! Ultimamente la Settimana Sovversiva sta latitando, perché sto girando come una trottola per suonare e presentare il libro. Ho tante cose da scrivervi, ma non mi va di farlo di corsa, quindi vi mando questa mail solo per dirvi che sto bene, che sono vivo e che ho un po' di progetti e concerti in ballo (li trovate a fine mail). L'audiolibro di Assalto alle piattaforme è completo e impacchettato: <a href="https://podcast.kenobit.it/@assaltoallepiattaforme">potete ascoltarlo gratis qui</a>. Nel frattempo, negli spostamenti, ho quasi terminato una fanzine sul nostro rapporto con le piattaforme musicali, La congrega del nastro magnetico, che sarà illustrata da Gianluca Folì, lo stesso autore della testata della Settimana Sovversiva. Spero di vedervi nel mondo fisico, in una delle prossime date.
Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</p>
<h2 id="prossime-date">PROSSIME DATE</h2>
<p>22 aprile - <strong>ROMA</strong> @ Associazione NUORO7 - Dalle 17:30, talk, presentazione libro e concerto<br />
23 aprile - <strong>TORINO</strong> @ Feltrinelli (Piazza C.L.N. 251) - Dalle 18:30 talk &quot;Non era questo il sogno digitale&quot;<br />
24 aprile - <strong>RIETI</strong> @ Vino al vino - Dalle 22:00, Concerto Game Boy<br />
25 aprile - <strong>ROMA</strong> @ Piazza Nuccitelli - Pigneto in festa, concerto Game Boy<br />
29 aprile - <strong>VERONA</strong> @ Parco della Provianda - È festa d'aprile<br />
7 maggio - <strong>TORINO</strong> @ Politecnico (info in arrivo)<br />
8 maggio - <strong>MONTASICO</strong> @ Bisaboga - Giornata di mutuo aiuto digitale
10 maggio - <strong>FIRENZE</strong> @ Next Emerson - Presentazione libro<br />
15 maggio - <strong>COSENZA</strong> @ Aula studio liberata<br />
22 maggio - <strong>BOLOGNA</strong> @ Freakout, concerto Game Boy<br />
23 maggio - <strong>ROMA</strong> - @ Villaggio Globale, Stickerom Expo<br />
24 maggio - <strong>JESI</strong> @ Centro Sociale TNT, Technotopie<br />
13 giugno - <strong>VENEZIA</strong> @ Bissuola Dungeon Fest<br />
14 giugno - <strong>CASERTA</strong> @ Area Ex Macrico<br />
19 giugno - <strong>BUSTO ARSIZIO</strong> @ Circolo Gagarin, presentazione libro<br />
20 giugno - <strong>ROMA</strong> @ ROMA.exe demoparty, concerto con i Gom Jabbar<br />
21 giugno - <strong>PIACENZA</strong> @ LOW-L Fest, concerto con i Gom Jabbar</p>
<p>Se volete invitarmi per un concerto, un talk o un progetto, scrivetemi pure!</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
        <p>
            Non desideri ricevere queste mail?
            <a href="https://settimana.kenobit.it/subscription/14578225-c04c-49e1-b6f0-21a827d7b3d3/" style="color: #888;">Cancella iscrizione</a>
        </p>
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    </div>
    <div class="gutter" style="padding: 30px;">&nbsp;<img src="https://settimana.kenobit.it/campaign/14578225-c04c-49e1-b6f0-21a827d7b3d3/00000000-0000-0000-0000-000000000000/px.png" alt="" /></div>
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      <pubDate>Tue, 21 Apr 2026 11:13:50 +0200</pubDate>
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      <title>[La Settimana Sovversiva] Filosofia autostradale e Audi tossiche</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/249ac01b-210b-442e-b9de-89c52921070d</link>
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        <title>[La Settimana Sovversiva] Filosofia autostradale e Audi tossiche</title>
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    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/249ac01b-210b-442e-b9de-89c52921070d/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p><em>Ciao! Continua a essere un periodo impegnatissimo, tra concerti e presentazioni del libro, ma finalmente ho finito di registrare le ultime puntate della versione audiolibro gratuita di Assalto alle Piattaforme. Le caricherò domani, ma nel frattempo potete recuperare quelle vecchie <a href="https://podcast.kenobit.it/@assaltoallepiattaforme">qui</a>. Se invece volete il libro in formato cartaceo, lo trovate sul sito di <a href="https://agenziax.it/assalto-piattaforme">Agenzia X</a>. In fondo alla mail, come al solito, trovate le mie prossime date. Questa settimana sarò a Napoli, Roma e Milano. Buona lettura!</em></p>
<p>Da ragazzo non mi interessavano le auto. I miei compagni di classe non vedevano l’ora di prendere la patente e avevano già le idee chiarissime sui motori, sulle manovre e sui modelli più performanti. Io andavo in skate ed ero felice così. Tutto ciò che circondava le macchine mi sembrava faticoso e stressante. Persino nei videogiochi giravo alla larga dalle simulazioni di guida. L’unico modo concepibile di mettermi al volante era <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Out_Run">Outrun</a>, con la sua fisica sbarazzina e il suo romantico escapismo digitale. L’idea del traffico e dei clacson mi respingeva. Non avevo nessuna intenzione di prendere la patente, almeno non subito. Poi la vita si mise di traverso.</p>
<p>Poco prima del mio diciottesimo compleanno i miei genitori rimasero coinvolti in un grave incidente. Mamma se la cavò con qualche graffio, ma papà ne uscì vivo per il rotto della cuffia, dopo qualche giorno di coma farmacologico. Si sarebbe ripreso del tutto, ma aveva davanti una lunga convalescenza, nella quale non avrebbe certo potuto guidare. Fu la prima microdose di vita adulta. All’improvviso era importante che quella benedetta patente la prendessi, anche solo per fare la mia parte in casa. Passare l’esame teorico fu facile, ma per la pratica ci vollero due tentativi e la bontà di un esaminatore che ebbe pietà del mio panico. Ero un pessimo neopatentato e odiavo guidare, ma visto che c’era bisogno di me iniziai ad andare in auto ovunque, persino a scuola la mattina. In quel periodo, un giorno, andai a tanto così dall’investire Enrico Mentana sulle strisce pedonali in piazza della Repubblica.</p>
<p>Sono un tipo testardo, quindi alla fine ho imparato a guidare decorosamente. In venticinque anni di patente non ho mai fatto un incidente e non ho rischiato di tirare sotto altri direttori di telegiornali servi del potere. A prescindere dalle disavventure familiari, le macchine che tanto disprezzavo mi sono tornate utili, soprattutto per andare in giro a suonare. Negli ultimi anni, con l’intensificarsi della mia attività da musicista e le presentazioni del libro, mi capita sempre più spesso di farmi lunghi tragitti in autostrada. Ha quasi iniziato a piacermi, non tanto per la guida in sé, che continua a sembrarmi una cosa pericolosissima, ma perché sono momenti di riflessione con me stesso, perfetti per ascoltare un disco, un audiolibro, pensare o più semplicemente osservare. Ogni volta che faccio più di 50 chilometri, non posso non constatare come il comportamento dell’homo sapiens alla guida sia un perfetto specchio dei problemi della società. Permettetemi di riproporvi il pippone che si riproduce nel mio cervello mentre sfreccio sotto i cavalcavia della pianura padana.</p>
<p>Per contestualizzare il discorso vale la pena ricordare come dovrebbe funzionare l’autostrada secondo le regole del codice. È semplice: devi occupare la corsia libera più a destra, a parte quella di emergenza, e spostarti in quelle più a sinistra solo per effettuare il sorpasso di un veicolo che sta andando più lentamente di te, per poi tornare a destra. Così è, almeno, sulla carta. Per una grossa fetta della popolazione, invece, la corsia a destra è quella degli sfigati, mentre quella più a sinistra è riservata ai bomber che fanno brum brum. Ed è qui che incontriamo il mio nemico numero uno, il boss finale del fastidio: il proprietario della costosa Audi grigia che, mentre effettui il tuo pacifico sorpasso, ti si piazza a un metro dal paraurti (cosa già in sé pericolosissima) e inizia a sfanalare con i suoi abbaglianti premium per farti spostare. Mi scuso con i proprietari di Audi che leggono la Settimana Sovversiva, ma le regole non le faccio io: il 90% delle abbagliate che mi arrivano hanno quel logo coi cerchiolini, e non ho usato un maschile sovraesteso. Una donna non mi ha mai fatto i fari! Faccio sempre uno sforzo cosciente per non arrabbiarmi, perché trovo patetico lo stereotipo del maschio rabbioso al volante, ma in quei casi è proprio difficile.</p>
<p>Dove devi andare? Perché tutta questa fretta? A meno che tu non abbia un’emergenza medica, che avrebbe comunque una corsia dedicata, i dieci secondi del mio sorpasso ti cambiano la vita? Parliamone, bilioso proprietario di Audi, perché sono convinto che non ci sia alcuna esigenza pratica dietro alle tue piccole angherie luminose. Il fenomeno è una rappresentazione perfetta di come spesso competiamo per niente, avvelenandoci la vita, chiudendoci in un egoismo che in ultima analisi nuoce soprattutto a noi. L’Audi sfanala perché DEVE PASSARE, perché è più importante di te, perché il suo tempo vale più del tuo. Il pensiero mi fa infuriare, perché mi sembra il simbolo di tutto ciò che va storto nel mondo. Divorata dal bisogno di prevaricare, non gode del viaggio, ma soffre solo per l’assenza della destinazione. Penso che viva malissimo, anche se crede di star vincendo. Dev’essere un fardello molto pesante, quel bisogno di passare prima degli altri.</p>
<p>Nella corsia di destra sono felicissimo. Le automobili, ce lo dicono le statistiche, sono molto pericolose, quindi mi piace avere un’ampia distanza di sicurezza con il veicolo più davanti a me. Lì, quando il traffico è normale, ho molto più spazio di chi sgomita nei sorpassi. Nella stragrande maggioranza dei casi, tra l’altro, guadagnare qualche posizione in classifica non ti fa risparmiare un tempo significativo (a meno che tu non voglia fare il criminale che va a 200 all’ora sulle strade pubbliche, ma quello è un altro paio di maniche). Arriviamo più o meno insieme, ma loro rischiano di più e fanno più fatica. Sorpasso i camion, certo, ma poi torno subito “nella corsia libera più a destra”. Per essere uno che odia la legge, mi rendo conto che al codice della strada sono abbastanza affezionato.</p>
<p>L’altra grande metafora del capitalismo è la coda che si crea quando c’è un incidente. Odio stare fermo in autostrada, perché sotto i dieci all’ora inizia a sembrarmi un luogo inquietante, quasi spettrale. Una striscia di asfalto lunga centinaia di chilometri, nel bel mezzo del nulla, dove c’è tanta gente ma sei più solo che mai. Trovo terrificante fermarmi nelle piazzole, perché le altre auto continuano a sfrecciarti accanto, senza nemmeno sapere che sei lì, in un posto dove se ti mollasse il motore non potresti mai tornare alla civiltà senza un aiuto esterno. Essere in coda non mi piace anche per questo motivo, oltre all’oggettiva seccatura di perdere tempo e rischiare di arrivare tardi. Non piace a nessuno. In quei casi abbiamo un problema collettivo. Siamo qui, chiusi nelle nostre auto, e dobbiamo aspettare che qualcosa, oltre l’orizzonte, si risolva, affinché il nostro viaggio possa ripartire alla giusta velocità. Siamo tutti nella stessa situazione e, con tutta probabilità, tra qualche chilometro c’è qualcuno che ha fatto un incidente e se la sta passando molto peggio di noi. Che priorità abbiamo? Penso che di queste cose dovrebbero parlarti quando fai la patente, perché sono tanto importanti quanto i cartelli. Non è una domanda banale. In una situazione simile, possiamo fare un ragionamento individualista e uno solidale. Il primo vuole semplicemente ripartire e risolvere il problema per sé stesso. Anche il secondo vuole ripartire, ma vuole che i soccorsi arrivino senza impedimenti e che tutti possano procedere il più rapidamente possibile, anche se comporta andare a passo di lumaca.</p>
<p>Quando tutti sono fermi, spuntano quelli che mio nonno definiva “i furbetti”. Si fanno lunghi tratti nella corsia di emergenza, poi rientrano un attimo, approfittando della cortesia o della distrazione di un altro compagno di coda, poi lo rifanno. I furbetti migliorano la loro condizione a scapito della collettività, perché ogni rientro peggiora la coda per tutti gli allocchi che si sono lasciati alle spalle. Inoltre, accettare il rischio di intralciare i mezzi di soccorso è una carenza di empatia gravissima. Visto che la competività ce la inculcano dalle elementari, il loro esempio stuzzica anche chi era partito ragionando in maniera solidale. Essere fregati ci prende contropelo, quindi alcuni decidono che la razza umana non ha speranza e che quella coda è l’inizio di Mad Max. La solidarietà ha fallito e il furbettismo è l’unica strategia praticabile, quindi si gettano anche loro nella mischia, creando un effetto valanga della scortesia che, nella somma dei rallentamenti, finisce per nuocere a tutti in maniera significativa. Bastano poche prepotenze per innescare la spirale della legge del più forte.</p>
<p>Non lo dico con pessimismo. Detesto i discorsi che liquidano tutti i nostri problemi con l’inevitabilità dell’egoismo, che postulano che l’essere umano sia evolutivamente condannato alla prevaricazione. Anzi, penso proprio l’opposto: cooperare è nella nostra natura, altrimenti vivremmo ancora nelle caverne. Su questo fronte, consiglio a chiunque non l’abbia già fatto di scoprire il pensiero di Kropotkin, uno dei padri dell’anarchismo. I suoi studi esaminano il lato storico e scientifico del nostro istinto a cooperare. La stragrande maggioranza degli animali vive in branco e si aiuta a vicenda, non per bontà, ma perché è il modo più efficace per sopravvivere. Saper cooperare è un fattore evolutivo. Anche noi siamo animali sociali, come dimostra il fatto che ci riuniamo in famiglie, gruppi di amiche, collettivi, associazioni. Tutti i più grandi salti avanti che abbiamo fatto nella storia, anche quelli archiviati come meriti personali, sono frutto dell’impegno collettivo di migliaia di umani. Aiutarci è nel nostro DNA. Sono convinto che sia lo stato naturale delle cose. E quindi come mai ci sono i furbetti? Beh, se da un lato del ring c’era Kropotkin, con i guantoni dell’uguaglianza, dall’altro c’era il darwinismo sociale, il pensiero che giustifica l’oppressione del forte sul debole, il pilastro su cui si fonda il capitalismo. Kropotkin non era Shaggy di Scooby-Doo, era un filosofo e uno scienziato. Anche se la sua opera ha più di un secolo, contiene un’analisi rigorosa, ben più chiara di questa mail. Non è un’idea campata per aria, è una tesi fondata su ragioni concrete e ben documentate. Insomma, ecco, io sono d’accordo con lui, anche solo nel non vedere nulla di naturale in un sistema nel quale pochissime persone saltano la coda e condannano il resto dell’umanità a una vita miserabile. A volte facciamo l’errore di pensare che il mondo sia sempre funzionato così, ma la nostra storia è piena di esempi che dimostrano il contrario. Laddove non viene soffocata sul nascere e scoraggiata da una precisa educazione/propaganda, la cooperazione emerge spontaneamente. È il nostro vero superpotere.</p>
<p>Cosa succederebbe se, quando studiamo per la patente, la filosofia sociale delle code fosse affrontata con la stessa attenzione delle precedenze negli incroci? Anzi, pensiamo più in grande. E se riuscissimo a ridurre lo sfruttamento, in modo che tutte abbiano più tempo per vivere e meno necessità di stressarsi e andare sempre di corsa? Non è utopico, è soltanto ragionevole. Ci viene voglia di fare i furbetti perché la cultura imperante ci dice che funziona, e ci propone esempi di successo costruiti sullo sfruttamento. Nella nostra metafora, i miliardari fanno le impennate col booster in corsia d’emergenza mentre noi siamo bloccati in coda a ferragosto con il condizionatore rotto. Hanno tanti soldi, sì, ma dal mio punto di vista sono i peggiori dei perdenti. Se ripensassimo tutte queste cose, incluso cosa significa vincere, forse i furbetti capirebbero che la vera astuzia è aiutarsi e non fare gli stronzi per tre briciole in più. Forse sparirebbero del tutto e chi prova a percorrere le loro orme verrebbe scoraggiato dalla cortesia dei “tonti”. Magari non avremmo nemmeno bisogno di macchine e autostrade, perché tutti i trasporti sarebbero pubblici e meno impattanti. Magari, forse, un giorno, chissà. Nel frattempo, aspettando il cambiamento, trovo la mia utopia nel trattare il prossimo come vorrei che trattasse me.</p>
<p>Morale della storia: non fatemi gli abbaglianti in autostrada se non volete subire un pippone di mezz'ora su Kropotkin e il mutuo appoggio.</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</p>
<h2 id="prossime-date">PROSSIME DATE</h2>
<p>6 marzo - <strong>NAPOLI</strong> @ Zero81 - Presentazione libro<br />
7 marzo - <strong>MILANO</strong> @ Cascina Occupata Torchiera - Presentazione libro + concerto<br />
8 marzo - <strong>ROMA</strong> @ GAMM - Concerto Game Boy<br />
11 marzo - <strong>BUCCINASCO</strong> - Concerto con climbing (info in arrivo)<br />
13 marzo - <strong>PISA</strong> - @ Spazio Antagonista Newroz<br />
14 marzo - <strong>LIVORNO</strong> @ Ex Caserma Occupata - Presentazione libro + concerto<br />
15 marzo - <strong>OVADA</strong> @ 2 sotto l'ombrello - Presentazione + concerto<br />
19 marzo - <strong>BOLOGNA</strong> @ Eretica circolo di quartiere - Presentazione + concerto<br />
20 marzo - <strong>TRIESTE</strong> @ Casa delle culture - Presentazione + concerto<br />
21 marzo <strong>MILANO</strong> @ LUME - Presentazione + concerto<br />
26 marzo <strong>MILANO</strong> @ Cantiere - Presentazione<br />
27 marzo <strong>MILANO</strong> @ Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa - Presentazione</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
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      <pubDate>Mon, 02 Mar 2026 14:58:56 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] &#34;Le alternative non sono accessibili&#34; e altre bugie che fanno felice Zuckerberg</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/38189580-d763-42b2-a464-95d1fd70a0a3</link>
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<body style="background-color: #f4e8bd;font-family: 'Helvetica Neue', 'Segoe UI', Helvetica, sans-serif;font-size: 15px;line-height: 26px;margin: 0;color: #444;">
    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/38189580-d763-42b2-a464-95d1fd70a0a3/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
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    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p>Quando parlo di alternative a Instagram e TikTok, spesso mi sento dire che sono complicate e astruse. Certo, sono sistemi informatici con un sacco di ingranaggi e come tali hanno la loro complessità, ma dire che sono poco accessibili è una falsità. Cosa ci spinge a ripeterla a pappagallo? Siamo senza dubbio condizionate dalla propaganda silenziosa delle piattaforme commerciali, che dipingono qualsiasi cosa al loro esterno come una pericolosa giungla dove i malintenzionati di internet ci ruberanno la merenda. C’è però una forza ancora più insidiosa, quella dell’abitudine. E non un’abitudine qualunque; è l’abitudine a essere sfruttate.</p>
<p>Facciamo un passo indietro, esaminiamo la normalità dell’esperienza di Instagram e vediamo se a essere astruso è davvero il Fediverso e non quello che viviamo quotidianamente. Immaginiamo di voler fare una delle cose più naturali di internet, condividere un link. Abbiamo un profilo e vogliamo fare in modo che chi ci segue ci clicchi sopra e trovi ciò che vogliamo promuovere/comunicare. Se Instagram fosse intuitivo, basterebbe mettere il link in un post, scrivendo qualcosa di semplice come “Qui trovi tutte le informazioni che ti servono.”</p>
<p>Il link, però, porta all’esterno della piattaforma, e questo è tabù. Gli utenti generano valore per Meta quando rimangono all’interno dell’app, dove vedono pubblicità e generano dati personali che potranno poi essere rivenduti. Un link verso l’esterno li fa evadere dal recinto e per questo l’algoritmo lo penalizza, diminuendo drasticamente il numero di persone che vedranno il post. È progettato per ottimizzare i guadagni e del tuo stupido progetto da plebeo non gli importa un’acca. Una piattaforma che ostacola la condivisione da parte degli utenti è davvero social? Potevamo porci questa domanda una quindicina d’anni fa, quando Facebook ha iniziato ad attuare queste politiche, spingendoci ai primi atti di contorsionismo digitale: “Trovate il link nel primo commento.” Quello è stato l’inizio della nostra calata di braghe. Mi piace pensare che esista un’altra dimensione, nel multiverso, dove abbiamo detto “Zuckerberg infame, per te solo le lame” per poi mollare da un giorno all’altro il suo “servizio” predatorio, ma purtroppo siamo in una timeline molto più stupida e ci tocca ballare.</p>
<p>Invece di ribellarci e sottolineare l’assurdità, abbiamo deciso di assecondarla. Per elemosinare visibilità all’algoritmo, abbiamo smesso di mettere i link nei post, inventando la dicitura “link in bio”. Invece di metterti il link nel posto più ragionevole, il post che stai vedendo in questo istante, apro le impostazioni del mio profilo, cambio il testo della bio, metto lì il link e spero che tu abbia la voglia di farti il minisbattimento di fare un clic in più (spoiler: non ce l’hai). Verrà il giorno nel quale vorrò mettere un altro link, ma nel profilo ce ne sta solo uno. Anzi, per essere più precisi, se metti più di un link solo uno diventa cliccabile, mentre l’altro dovrebbe essere copiato e incollato. E allora c’è una pratica soluzione! Vado su Linktree, un servizio di terze parti, creo un account, mi segno un’altra password e creo un pratico URL singolo che contiene i miei link. Accidenti, quanto è intuitivo!</p>
<p>Nel frattempo, l’algoritmo non dorme. Quando noi fastidiosi sudditi troviamo un modo arzigogolato per aggirare il suo volere, può semplicemente cambiare le regole del gioco. Non ci è dato sapere come e perché, ma a un certo punto i post con scritto “link in bio” iniziano a performare peggio. Non c’è un gazzettino che ci avvisa del cambio di policy, siamo costrette a leggere i fondi del caffè, sperando di indovinare il nuovo guizzo del dio capriccioso. Il fenomeno, però, è evidente. I content creator sono mendicanti di visibilità e il calo numerico è la peggiore delle sciagure.</p>
<p>Ed ecco che entra in gioco Manychat, un servizio che forse non conoscete ma che avete senza dubbio visto in azione. L’algoritmo privilegia i post con tanti commenti, perché sono un sintomo dell’engagement che la piattaforma monetizza. Il link non te lo metto più nel post, né nella bio. Vado su Manychat, un altro sito di terze parti, dove creo un’ulteriore utenza, sottoscrivo un abbonamento da 14 dollari al mese e collego il tutto al mio account Instagram, dalle impostazioni, facendo attenzione a dare tutte le autorizzazioni all’app. A quel punto, sono pronto a inquinare la mia sezione commenti in cambio della possibilità che qualcuno visiti il link che voglio condividere. “Ti interessa questa ricetta che ti ho appena fatto vedere? Vuoi le dosi esatte? Scrivi “GNAM” nei commenti e la riceverai nei messaggi privati!” Wow, è semplicissimo. Risultato: una piattaforma che già era un pessimo posto dove chiacchierare si riempie di caricaturali robottini che scrivono la stessa parola, per poi ricevere la stessa risposta preconfezionata di plastica: “Grande! Controlla i tuoi messaggi privati e troverai il link.” Non è demenziale? Eppure è così. La realtà del capitalismo digitale continua a peggiorare, costringendoci a contorcerci nel più innaturale dei modi per avere una briciola di quello che dovrebbe essere la base del servizio. Del resto, sono social solo di nome. Il punto non è la nostra felicità o la nostra possibilità di condividere sogni e passioni, ma solo estrarre valore dal nostro sacrosanto desiderio di umanità.</p>
<p><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/Screenshot-from-2026-02-18-13-42-20.png" alt="Screenshot di un toot su Livello Segreto con un link in bella vista" /></p>
<p>Sul Fediverso, per esempio su Mastodon, se ho voglia di mettere un link lo scrivo nel mio post. Punto. Non c’è un algoritmo che decreta secondo criteri bizantini cosa verrà visto, quindi succede una cosa assurda: le persone che mi seguono per sapere le cose che faccio ricevono senza intermediari le informazioni che condivido. Non devo nemmeno sottopormi agli altri rituali umilianti del content, come abbinare una foto della mia vita privata alla comunicazione, perché l’app disumana è affamata di volti e persone vere. Certo, su Instagram al momento c’è più gente (anche se si potrebbe aprire una parentesi sull’utilità di parlare a un pubblico distratto dalla cascata perenne di content dei reel) e per leggermi sul Fediverso devi crearti un account. La fatica, però, finisce lì: creare un account, una cosa che anche il più grande imbranato informatico del mondo è in grado di fare. Non ci vuole niente. Pensare che la stessa gente che ha memorizzato senza batter ciglio i passi del balletto del link in bio sia troppo stupida per farlo è il più grande regalo che possiamo fare ai nostri secondini digitali.</p>
<p>Il Fediverso non è astruso. Ci chiede soltanto il coraggio di immaginare un mondo digitale concepito per essere una piazza invece che una prigione. Questo sistema diverso ha le sue complessità, ma acquisirle è facile e liberatorio. Dobbiamo solo scrollarci di dosso la brutta abitudine di farci sfruttare e rivendicare la ragionevolezza: avere strumenti che fanno quello che vogliamo, quando lo vogliamo, senza farci pagare il pedaggio.</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
<em>Kenobit</em></p>
<p><em>PS: Se vi piacciono questi discorsi, potrebbe interessarvi anche il mio libro, <a href="https://agenziax.it/assalto-piattaforme">Assalto alle piattaforme</a>!</em></p>
<h2 id="prossime-date">PROSSIME DATE</h2>
<p>20 febbraio - <strong>FANO</strong> (PU) @ Arci Artigiana - Concerto con la nuova band Gom Jabbar<br />
21 febbraio - <strong>UMBERTIDE</strong> (PG) @ Mini Metropolis - Concerto Gom Jabbar + presentazione libro<br />
26 febbraio - <strong>SEREGNO</strong> @ Arci Tambourine - Concerto Game Boy + presentazione libro<br />
27 febbraio - <strong>BRESCIA</strong> @ Feltrinelli - Presentazione libro<br />
28 febbraio - <strong>MODENA</strong> Concerto! Presto più info<br />
6 marzo - <strong>NAPOLI</strong> @ Zero81 - Presentazione libro<br />
7 marzo - <strong>MILANO</strong> @ Cascina Occupata Torchiera - Presentazione libro + concerto<br />
8 marzo - <strong>ROMA</strong> @ GAMM - Concerto Game Boy<br />
11 marzo - <strong>BUCCINASCO</strong> - Concerto con climbing (info in arrivo)<br />
14 marzo - <strong>LIVORNO</strong> @ Ex Caserma Occupata - Presentazione libro + concerto<br />
15 marzo - <strong>OVADA</strong> @ 2 sotto l'ombrello - Presentazione + concerto<br />
20 marzo - <strong>TRIESTE</strong> @ Casa delle culture - Presentazione + concerto<br />
21 marzo <strong>MILANO</strong> @ LUME - Presentazione + concerto<br />
26 marzo <strong>MILANO</strong> @ Cantiere - Presentazione<br />
27 marzo <strong>MILANO</strong> @ Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa - Presentazione</p>
<p>Per la cronaca, sono emozionatissimo dei primi due concerti dei <a href="https://gomjabbar.it/self-titled/">Gom Jabbar</a>, dove per la prima volta sarò anche cantante. Che strizza! Se vi va, venite a fare il tifo. &lt;3</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
        <p>
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</html>
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      <pubDate>Wed, 18 Feb 2026 13:25:47 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] Due minuti d&#39;odio, tutti per noi</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/6f4f3483-0fba-4bbd-8995-3e033438d26e</link>
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<body style="background-color: #f4e8bd;font-family: 'Helvetica Neue', 'Segoe UI', Helvetica, sans-serif;font-size: 15px;line-height: 26px;margin: 0;color: #444;">
    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/6f4f3483-0fba-4bbd-8995-3e033438d26e/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p><em>Ciao! La Settimana Sovversiva in questo periodo arriva un po' quando le pare, perché continuo gioiosamente a girare come una trottola per presentare il libro. Stasera sarò a Torino, da Radio Blackout, venerdì a Bologna allo Sciopione dal Ferro e domenica al Bloom di Mezzago. Se volete leggere il libro, lo trovate <a href="https://agenziax.it/assalto-piattaforme">qui</a> o nella vostra libreria di fiducia. In fondo alla mail trovate tutte le altre date e più dettagli. Buona lettura!</em></p>
<hr />
<p>Ieri mi sono arrabbiato con Instagram, Facebook e TikTok. Non è una novità, direte voi, ma dal mio punto di vista un po’ lo è. Di solito le piattaforme le osservo e le critico, cercando il più possibile di tenermi fuori dai loro meccanismi tossici. Ieri, mi duole ammetterlo, mi hanno proprio preso contro pelo, mostrandomi uno dei loro lati più avvilenti.</p>
<p>L’antefatto è il presidio delle lavoratrici e dei lavoratori di Ubisoft Milano, un importante studio di produzione di videogiochi, che negli ultimi anni ha firmato grandi successi e dato lustro all’Italia in tutto il mondo. Ubisoft sta andando male, come moltissime altre software house. Il settore dei videogiochi sta sanguinando perché il suo modello turbocapitalista inizia a mostrare i suoi limiti. Sono convinto che non sia sostenibile, ma non divaghiamo. Ai fini di questo discorso, vi basti sapere che tra il 2022 e il 2025 sono stati licenziati <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/2022%E2%80%932025_video_game_industry_layoffs">più di 45.000 sviluppatori in tutto il mondo</a>, e che le condizioni lavorative nel settore sono in caduta libera. Ubisoft, che dopo anni di errori fantozziani è costretta a tagliare i costi, ha fatto una mossa divenuta fin troppo comune: ha annunciato la fine del lavoro remoto, imponendo unilateralmente un “return to office” di cinque giorni su cinque. La cronologia è importante per capire il discorso. Prima, per non interrompere la sacra produttività durante il COVID, ha permesso ai suoi dipendenti di lavorare da casa. Poi, constatando la bontà del sistema, come tante altre realtà, ha proposto un rientro in ufficio parziale, di pochi giorni a settimana. Molte persone, anche considerando il costo della vita e la crisi abitativa a Milano, hanno mollato le case in affitto e riorganizzato la loro vita, magari tornando più vicine alle loro famiglie o in luoghi con una qualità della vita superiore. Sia chiaro, non l’hanno fatto per un capriccio avventato, ma perché gli accordi nero su bianco stretti con l’azienda lo permettevano.</p>
<p>Imporre repentinamente un ritorno totale in ufficio crea una situazione logisticamente impossibile per tantissimi dipendenti, che sarebbero costretti a dimettersi. Se sono loro ad andarsene autonomamente, del resto, l’azienda spende molto meno di quello che farebbe licenziandoli. Ancora una volta, il problema sono questi fastidiosi esseri umani con la loro sfacciata pretesa di avere dei diritti. La mossa di Ubisoft è una merdata scorretta e i suoi dipendenti hanno deciso di protestare, in quelli che sono i primi vagiti di una sindacalizzazione della quale il settore videoludico ha disperatamente bisogno. Per questo, quando mi hanno invitato a suonare il mio Game Boy per animare un po’ il presidio, ho accettato con piacere.</p>
<p>L’evento è stato un successo. La pioggia non ci ha impedito di riunirci e capire che se ci alleiamo siamo più forti e che il vero valore nasce dal nostro lavoro. Abbiamo parlato, ci siamo confrontati e a un certo punto abbiamo pure ballato sulla mia musica. C’è gioia nella lotta e su giornate come questa si possono costruire cose molto importanti. Nessuno ci può togliere questa vittoria.</p>
<p>Tornato a casa mi viene linkato un video del presidio, pubblicato sui canali social (Facebook, TikTok e Instagram) di una testata da strapazzo a cui non farò pubblicità su questi lidi. Il video da 30 secondi ritraeva solo il momento della musica, ignorando completamente i dibattiti, le rivendicazioni, i cartelli e i motivi della mobilitazione. “Ubisoft elimina lo smart working, dipendenti in sciopero per tre giorni. Improvvisato un rave.” Un framing furbetto, che dipinge una storia incompleta, strizzando l’occhio a chi non vede l’ora di leggerci un messaggio aderente alla sua visione del mondo. La sezione commenti mi ha ricordato i due minuti d’odio descritti da Orwell in 1984: uno schermo che proietta immagini del “nemico” del momento, mentre le masse inveiscono nella sua direzione, odiando collettivamente e rafforzando lo status quo. I due minuti d’odio, nel governo del Grande Fratello, avevano due funzioni. La prima, la più intuitiva, è mettere a fuoco un capro espiatorio al quale attribuire la causa di tutti i problemi materiali della società. Se la tua vita fa schifo, la colpa non è di chi governa, ma di chi stai vedendo sullo schermo. La seconda, più infida, è dare una valvola di sfogo all’aggressività che scaturisce dalle proprie condizioni di vita. Stai male, perché la gente comune fa la fame mentre le élite del partito vivono nel lusso, ma se ti faccio urlare abbastanza ti stancherai e avrai l’illusoria impressione di aver fatto qualcosa di concreto.</p>
<p>Purtroppo Orwell ci aveva visto lungo. Ieri i due minuti d’odio sono stati per noi. Ecco una selezione dei commenti sotto il video, trascritti senza modifiche:</p>
<blockquote>
<p><em>“OH OH OH CHISSÀ PERCHÉ MI SEMBRANO DELLE ZECCHE”<br />
“Praticamente stanno facendo per strada quello che facevano a casa in smart working”<br />
“Come si dice a Milano: voia de laura’ saltumm adoss”<br />
“I dipendenti sono e rimbambiti”<br />
“Si sente puzza dal display incredibile”<br />
“Gente sveglia vedo [emoji che ride alle lacrime]”<br />
“Poi ci chiediamo perché le aziende non vengono in Italia. Con sta gente c’è da vergognarsi”<br />
“Zecche rosse disadattate senza voglia di lavorare”<br />
“Licenziamento immediato ciao”<br />
“Sento odore di merda dal cellulare”<br />
“Licenziare immediatamente il loro Hr che ha assunto soggetti simili”<br />
“Azzzzzz … adesso gli tocca lavorare”<br />
“Mi auguro che i loro capi acquisiscano questo video”<br />
“Ma sono tutti pro pal? [emoji che ride alle lacrime]”<br />
“Andate a lavorare”<br />
“Su in ufficio, pedalare”<br />
“Smartafancazzo direttamente dalla festa della luna”</em></p>
</blockquote>
<p>Degli insulti non mi importa, mi scivolano addosso e alcuni me li rivendico pure, ma l’ho trovato uno spettacolo avvilente. Quei commenti biliosi sono l’equivalente digitale di sbraitare contro il telegiornale. Sono persone sole, che non stanno avendo interazioni con le altre, che esercitano un odio stimolato come un riflesso pavloviano. Al netto del fastidio che posso provare per essere il bersaglio del loro dileggio, mi dispiaccio sinceramente per loro. Sono vittime anche loro, ma non se ne rendono conto e tifano per chi li opprime, su piattaforme studiate per monetizzare la loro indignazione.</p>
<p>Credo sia un esempio perfetto di come Instagram e affini non siano più <em>social network</em>, reti sociali pensate per farci interagire, ma <em>social media</em>, versione aggiornata di un televisore che ci vomita addosso contenuti a senso unito, rintronandoci. È una tristezza in Dolby Surround, che coinvolge tutto ciò che toccano le piattaforme, incluse le testate che dovrebbero fare informazione. Il patetico video girato ad arte per aizzare gli anziani contro i giovani è in realtà un contenuto perfetto, perché i due minuti d’odio creano engagement. Tutto, là sopra, è deformato dalla dittatura dei numeri. Quello che funziona è lo schifo. Viva la merda, come diceva Renè Ferretti. A volte sento discorsi su come sia importante utilizzare quelle piattaforme per comunicare le nostre battaglie, perché “la gente è tutta lì”, ma in momenti come questi penso che siano un pozzo avvelenato e che vadano semplicemente sabotate e distrutte. C’è un sacco di gente, sì, ma non è lì per parlare, confrontarsi o crescere. È lì solo per urlare.</p>
<p>Le alternative esistono. Usarle è un atto sovversivo, ma anche di cura verso noi stesse, perché quelle piogge di bile ci avvelenano la vita, a prescindere da qualsiasi ragionamento etico o politico. Possiamo costruire qualcosa di nostro, dal basso, e dopo l’esperienza di ieri sono ancora più convinto che farlo sia urgente.</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
<em>Kenobit</em></p>
<h2 id="prossime-date">PROSSIME DATE</h2>
<p>11 febbraio - <strong>TORINO</strong> @ Radio Blackout - Presentazione libro<br />
13 febbraio - <strong>BOLOGNA</strong> @ Scipione dal ferro - Presentazione libro
15 febbraio - <strong>MEZZAGO</strong> @ Bloom - Presentazione libro<br />
20 febbraio - <strong>FANO</strong> (PU) @ Arci Artigiana - Concerto con la nuova band Gom Jabbar<br />
21 febbraio - <strong>UMBERTIDE</strong> (PG) @ Mini Metropolis - Concerto Gom Jabbar + presentazione libro<br />
27 febbraio - <strong>BRESCIA</strong> @ Feltrinelli - Presentazione libro
28 febbraio - <strong>MODENA</strong> Concerto! Presto più info
6 marzo - <strong>NAPOLI</strong> @ Zero81 - Presentazione libro<br />
7 marzo - <strong>MILANO</strong> @ Cascina Occupata Torchiera - Presentazione libro + concerto<br />
8 marzo - <strong>OVADA</strong> @ 2 sotto l'ombrello - Presentazione libro + concerto
14 marzo - <strong>LIVORNO</strong> @ Ex Caserma Occupata - Presentazione libro + concerto<br />
21 marzo <strong>MILANO</strong> @ LUME - Presentazione + concerto<br />
26 marzo <strong>MILANO</strong> @ Cantiere - Presentazione<br />
27 marzo <strong>MILANO</strong> @ Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa - Presentazione</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
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      <pubDate>Wed, 11 Feb 2026 10:52:54 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] Mutuo aiuto, ma anche digitale</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/8784776f-ff82-485d-acae-5702daf6d7db</link>
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        <title>[La Settimana Sovversiva] Mutuo aiuto, ma anche digitale</title>
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    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/8784776f-ff82-485d-acae-5702daf6d7db/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
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        <p><em>Ciao! Sono giorni di corse e treni, ma ho una storia da raccontarvi. Oggi sono in partenza per Roma, domani sarò a Salerno, venerdì a Caserta, sabato a Lodi. In fondo alla mail trovate tutte le mie date. Alcune sono presentazioni del mio libro (che potete comprare <a href="https://www.agenziax.it/assalto-piattaforme">qui</a>, altre sono concerti, altre sono entrambe le cose. Spero di vedervi presto nel mondo fisico.</em></p>
<hr />
<p>All’inizio degli anni Duemila arrotondavo “riparando computer”. Tutto cominciò con un favore fatto a Ruth, la compagna di mio cugino, che aveva poi dato il mio numero ad alcune amiche del suo giro. Grazie al potere del passaparola, in poco tempo mi ritrovai con un rispettabile carnet di clienti alle quali risolvevo piccoli problemi informatici. Gli smartphone non esistevano ancora e nella maggior parte dei casi si trattava di inezie come “connettere il computer a internet” o “mettere la posta elettronica”. Soldi facili. Un giorno la signora M mi chiese un favore particolare: andare a casa di suo padre, un uomo anziano e malato, per dargli una mano col computer. Accettai. Non potevo immaginare che quel pomeriggio avrei fatto uno di quegli incontri che ti rimangono attaccati per il resto della vita.</p>
<p>Il signor M era uno storico. Aveva un piccolo studio traboccante di libri e lo sguardo curioso di chi li aveva letti tutti. Il suo Windows XP aveva un problema triviale che risolsi in una manciata di minuti. Constatando che avevo finito così in fretta, mi chiese: <em>“Come te la cavi con i videogiochi?&quot;</em> Beh, benino, direi. Li respiravo sin dall'infanzia e di lì a poco avrei iniziato a scrivere per le riviste di settore, trasformandoli nella mia carriera. La richiesta mi arrivò dritta al cuore. Il signor M non se la passava per niente bene ed era ormai confinato in casa. <em>&quot;C'è un gioco che mi interessa molto, ma non so come funziona. Tu per caso lo conosci?&quot;</em> Parlava di Civilization, uno dei miei preferiti di tutti i tempi. Uno strategico a turni, dove assumi il controllo di una civiltà nell'età della pietra e la fai crescere fino a farla partire alla conquista delle stelle. Gli dissi che era una delle mie ossessioni e che gli avevo dedicato, senza iperboli, centinaia di ore. <em>&quot;Mi faresti vedere come funziona?&quot;</em> Certo, stellina. Avevo vent'anni, ma anche quando hai tutta la vita davanti è impossibile non notare chi invece è agli sgoccioli. Pensai che fosse il gioco perfetto per quell'uomo circondato da saggi sul secolo breve, e che se mi fossi trovato nella sua situazione avrei proprio scelto Civilization.</p>
<p>Gli dissi che l'avrei fatto molto volentieri, ma che gli avrei fatto pagare solo il poco tempo dell'uscita come tecnico informatico. Giocare insieme è gratis. Iniziammo una partita e tra un assedio e l'altro finii per restare lì per tutto il pomeriggio. A un certo punto, più o meno mentre la nostra civilità stava entrando nell'età classica, arrivò il signor Q, suo medico e amico di vecchia data, per una visita di controllo. <em>&quot;Sergio, questo ragazzo è in gamba, segnati il suo numero,&quot;</em> gli disse, tutto contento. Fu l'ultima volta che vidi il signor M.</p>
<p>Quattro anni dopo la mia vita era cambiata radicalmente. L'università l'avevo mollata, non andavo più a riparare computer e per una sorta di miracolo avevo trovato il lavoro che sognavo da bambino: il giornalista videoludico. Una sera, prima di cena, mi suona il telefono. Dall'altra parte della cornetta mi saluta una voce particolare, con una cortesia d'altri tempi.</p>
<p><em>&quot;Buonasera, sono Q. Forse non si ricorda di me, ma mi ero segnato il suo numero a casa del signor M.&quot;</em></p>
<p>Certo che me lo ricordavo. <em>&quot;Ah, sì! Come sta il signor M?&quot;</em> Domanda ingenua. Era morto poche settimane dopo la nostra partita a Civ. Il signor Q, Sergio, mi disse che aveva problemi di natura informatica e voleva assoldarmi per risolverli. Io quella roba non la facevo più, ma la richiesta era stata così dolce e gentile che decisi di fare un'eccezione. &quot;Guardi, io nel frattempo ho cambiato lavoro, ma è una cosa da poco e gliela risolvo volentieri. Ben inteso, però: vengo in amicizia, non voglio soldi.&quot; Banalmente, volevo evitare che diventasse una cosa regolare, anche perché il lavoro vero mi impegnava a tempo pieno. Non fu una transazione professionale, ma una cortesia random. Illuso. Spoiler: più di vent'anni dopo, io e Sergio ci sentiamo ancora tutte le settimane.</p>
<p><em>&quot;Mi hai detto che non volevi soldi, quindi ti ho preso dei libri.&quot;</em> Lì iniziò la nostra amicizia. Mi chiamò un'altra volta, poco dopo, con la stessa cortesia, pagandomi nuovamente in libri. Poi ancora, ancora, ancora, sempre con la stessa cortesia disarmante, con quell'uso dell'italiano un po' desueto ma deliziosamente corretto. Inevitabilmente, nonostante il divario di età, siamo diventati amici. Sergio è del 1930, coetaneo di mio nonno, ma a sua differenza non vedeva i calcolatori come il demonio. Non li sapeva usare, ma voleva imparare. All'inizio aveva problemi banali, da principiante, ma piano piano si era messo a fare cose più avanzate, come riversare in digitale i video dei suoi vecchi viaggi o creare un database di tutti i titoli della sua biblioteca. I suoi problemi e le sue domande si facevano sempre più raffinati. A un certo punto gli insegnai addirittura a scaricare film dai servizi peer-to-peer. Chi ha detto che non puoi fare il pirata a ottant'anni? Sergio mi diceva che i computer lo stimolavano e che imparare a usarli bene gli sarebbe stato utile, in vista della vecchiaia. Saggio. I nostri appuntamenti informatici divennero una ricorrenza fissa. Parlavamo di computer, ma anche del mondo. Mi sono confidato con lui quando internet ha ucciso il mio lavoro dei sogni, quando mi sono innamorato, quando è morto il nonno Tino. Ancora oggi, ogni volta che lo vedo, penso che se fosse vivo avrebbe più o meno la sua età. C'è una specie di transfer per il quale essere gentile con Sergio mi fa sentire più vicino al mio Alberto. Ma questa non è una storia strappalacrime: Sergio va per i 96 anni e, compatibilmente con gli acciacchi, ne dimostra una ventina in meno. Sta benone e usa con profitto il suo computer, sul quale da qualche anno ho installato Linux, con cui si trova molto meglio che con Windows. Lui cerca di chiamarmi il meno possibile, per non disturbarmi, quindi lo chiamo io per andarlo a trovare con la scusa dell'assistenza informatica, della quale ha bisogno sempre più di rado. Quando succede, di solito, è perché sbatte la testa contro l'orrendo muro di accessibilità rappresentato dalla burocrazia digitale.</p>
<p>Lo stato ha digitalizzato buona parte delle sue attività, obbligando tutti, anziani inclusi, a misurarsi con PEC, SPID e portali del cittadino. Il problema non è l'informatica, ma il fatto che le vecchie generazioni siano state abbandonate a loro stesse davanti a una tecnologia che nel 90% dei casi non hanno mai usato. I computer sono strumenti complessi e loro non hanno ricevuto uno straccio di formazione. Se non li sanno usare non è perché sono stupidi o annebbiati dall'età, ma perché nessuno si è preso la briga di spiegargli come funzionano. Che spreco infame! I computer potrebbero essere un toccasana, soprattutto per chi è costretto a casa e si rincoglionisce guardando la TV, e invece diventano una barriera, una fonte di stress. Basterebbe così poco per fare le cose diversamente, e Sergio ne è la dimostrazione.</p>
<p>Cosa succede quando le istituzioni lasciano un vuoto e non soddisfano un bisogno cruciale della società? Qualcuno ce la fa, qualcuno rimane indietro. Ci sono anziani con amici e nipoti, ma anche persone rimaste sole, isolate, che non sanno a chi chiedere. È una merda, ecco cos'è. Il problema, tra l'altro, riguarda anche le generazioni successive. Internet e i computer sono parti centrali delle nostre vite, ma la scuola non ci fornisce la preparazione necessaria per usarli senza venirne usati. L'unica soluzione che vedo è il mutuo aiuto. Quel vuoto lasciato dall'alto possiamo riempirlo dal basso, prendendo collettivamente in mano il compito della formazione o dell'alfabetizzazione. Dobbiamo rimboccarci le mani e fare noi quello che vorremmo veder fare. L'alternativa è aspettare  che lo stesso capitalismo che ci ha impoverito decida improvvisamente di trattarci come esseri umani, invece che come risorse. Aspetta e spera, avrebbe detto mio nonno. Sono convinto che sia necessario e possibile riprendere in mano la situazione. Sì, ma come? Potremmo parlarne per ore davanti a svariate birre, ma l'importante è iniziare, in qualche modo.</p>
<p>Per questo, con amicx e compagnx in giro per l'Italia, stiamo sperimentando dei momenti di &quot;palestra digitale&quot;. Uno lo faremo proprio oggi, mercoledì, al Forte Prenestino di Roma. Farò una rapida presentazione del mio libro, poi io e alcune alleate informatiche ci metteremo a disposizione dei presenti. L'obiettivo: aiutare chi vuole a compiere il primo passo nel percorso di liberazione digitale. Vuoi scoprire il Fediverso? Vuoi passare a Linux? Vuoi un messenger realmente privato per non farti spiare da Whatsapp? Noi ti diamo un consiglio e poi ti aiutiamo a metterlo in pratica, dispositivi alla mano. Se saremo abbastanza brave, lo capirai abbastanza bene da fare lo stesso con le tue persone care. Il sapere e la consapevolezza sono contagiosi, e una volta compiuto il primo passo, quello che fa paura e disorienta, è molto più semplice fare gli altri novantanove. Forse quel vuoto lasciato dallo stato sarà un'occasione d'oro per ricordarci che non siamo sole.</p>
<p>Se vuoi organizzare un momento di mutuo aiuto digitale nella tua città, scrivimi e facciamolo succedere! E se vuoi vederne uno, in fondo a questa mail trovi le mie date delle prossime settimane. Dove c'è scritto &quot;presentazione&quot; vuol dire che c'è anche la palestra.</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva,<br />
<em>Kenobit</em></p>
<h2 id="prossime-date">PROSSIME DATE</h2>
<p>4 febbraio - <strong>ROMA</strong> @ Forte Prenestino - Presentazione libro + concerto<br />
5 febbraio - <strong>SALERNO</strong> @ Morticelli - Concerto<br />
6 febbraio - <strong>CASERTA</strong> @ Club 33 giri - Concerto<br />
7 febbraio - <strong>LODI</strong> @ Sound A Part festival - Presentazione libro<br />
10 febbraio - <strong>ASSAGO</strong> Concerto al presidio delle lavoratrici di Ubisoft Milano (info <a href="https://livellosegreto.it/@kenobit/116008045164545897">qui</a>
11 febbraio - <strong>TORINO</strong> @ Radio Blackout - Presentazione libro e concerto<br />
15 febbraio - <strong>MEZZAGO</strong> @ Bloom - Presentazione libro<br />
20 febbraio - <strong>FANO</strong> (PU) @ Arci Artigiana - Concerto con la nuova band Gom Jabbar<br />
21 febbraio - <strong>UMBERTIDE</strong> (PG) @ Mini Metropolis - Concerto Gom Jabbar + presentazione libro<br />
27 febbraio - <strong>BRESCIA</strong> @ Feltrinelli - Presentazione libro
28 febbraio - <strong>MODENA</strong> Concerto! Presto più info
6 marzo - <strong>NAPOLI</strong> @ Zero81 - Presentazione libro<br />
7 marzo - <strong>MILANO</strong> @ Cascina Occupata Torchiera - Presentazione libro + concerto<br />
14 marzo - <strong>LIVORNO</strong> @ Ex Caserma Occupata - Presentazione libro + concerto<br />
21 marzo <strong>MILANO</strong> @ LUME - Presentazione + concerto<br />
26 marzo <strong>MILANO</strong> @ Cantiere - Presentazione<br />
27 marzo <strong>MILANO</strong> @ Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa - Presentazione</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
        <p>
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      <pubDate>Wed, 04 Feb 2026 10:54:32 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] Usare la voce</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/e6f2fc13-e1ed-47ee-9de3-173f2942c416</link>
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        <title>[La Settimana Sovversiva] Usare la voce</title>
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<body style="background-color: #f4e8bd;font-family: 'Helvetica Neue', 'Segoe UI', Helvetica, sans-serif;font-size: 15px;line-height: 26px;margin: 0;color: #444;">
    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/e6f2fc13-e1ed-47ee-9de3-173f2942c416/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p><em>Ciao! Continuo a essere positivamente travolto dalle presentazioni del mio libro, Assalto alle piattaforme. Sto girando come una trottola e sto incontrando persone splendide. Questa settimana sarò a Roma e a Torino! A fine mail trovate l’elenco completo di tutte le date. Se volete organizzarne una nella vostra città, scrivetemi. Se volete il libro, lo trovate sul sito di <a href="www.agenziax.it">Agenzia X</a> e in tutte le librerie. Lo trovate anche in audiolibro gratuito su <a href="podcast.kenobit.it">podcast.kenobit.it</a>, dove tra oggi e domani usciranno le ultime puntate. La riflessione di oggi parla proprio di podcast e audiolibri!</em></p>
<hr />
<p>Leggere ad alta voce mi ha sempre fatto un po’ paura. Ne ho dei ricordi principalmente legati all'infanzia, al sussidiario delle elementari e alla chiesa dove facevo il chierichetto (sì, l'ho fatto, potete pure revocarmi le credenziali da metallaro). Da un lato mi intimoriva, perché enunciare per un pubblico, qualunque esso fosse, era di fatto una performance. Dall'altro lo trovavo faticoso. Leggere nella mia mente era così facile, rilassante, intimo. Farlo per altre persone richiedeva lo sforzo fisico delle corde vocali, e non solo. Per non incespicare ci voleva una concentrazione costante che mi distoglieva dall'atto stesso della lettura, rendendolo molto meno piacevole. Parlo al passato, ma per me è stato così fino a pochissimo tempo fa. In tutta la mia vita adulta, anche se sono tutto fuorché timido, ho scientemente evitato di infilarmi in situazioni dove avrei dovuto leggere ad alta voce. Poi qualcosa è cambiato.</p>
<p>Tutto è cominciato con la musica. Nel 2025 ho registrato un disco con una nuova band, una <a href="https://www.gomjabbar.it/self-titled/">mitragliata punk a base di chitarra e Game Boy</a>. Ci serviva un cantante, ma per vari motivi non volevamo rinunciare all'agilità di un duo. Eravamo in studio e ho pensato di non avere nulla perdere: &quot;Provo a cantare io.&quot; È stata un'esperienza illuminante. Non ho fatto irrimediabilmente schifo, ma non è questo il punto. Ho realizzato che non avevo mai usato la mia voce in quel modo, che non l'avevo mai &quot;lasciata andare&quot;. Fino a quel momento l'avevo tenuta in gabbia, forse perché sentivo il bisogno di controllare come venivo percepito dall'esterno. Urlare in quel microfono mi ha fatto sentire istantaneamente più libero, come se fosse saltato un lucchetto. Mi sono dato il permesso di non essere perfetto e nel farlo mi sono reso conto che di quel permesso non c'era il minimo bisogno. Quante cose mi sono perso, nella vita, per essermi autoimposto standard di qualità arbitrari e non necessari? A volte le barriere più infami sono quelle che costruiamo noi, magari senza accorgercene. Perché mi sono precluso il piacere di giocare con la mia voce, per tutti questi anni? Che sciocco.</p>
<p>L'occasione successiva per sperimentare è arrivata con Assalto alle Piattaforme, il mio libro. La mia voce mi piace, ma non è certo da speaker professionista. Non ho studiato dizione e la mia &quot;r&quot; è gutturale, come quella dei francesi, perché non sono capace di far vibrare la lingua per pronunciarla come il resto dell'umanità. Da bimbo mi prendevano in giro e mi facevano dire: &quot;Orrore, orrore, ho visto un ramarro marrone.&quot; Ci ho fatto pace e mi ci sono persino affezionato, ma anche questo mi aveva spinto a tenerla per me. Poi ho incontrato il lavoro di Greta Carrara, che con la sua associazione <a href="https://www.instagram.com/giochiamoci_official/">Giochiamoci</a> si occupa di &quot;gioco accessibile, indipendente da disabilità, neurodivergenze o altri tratti atipici&quot;. Le sue idee sono dinamite. Non le banalizzerò raccontandole qui, ma sappiate che abbiamo il viziaccio di dare un sacco di cose per scontate e che l'accessibilità, oltre a essere una cosa buona, è anche furba. Fatevelo raccontare da lei! Se vogliamo bene alle cose che facciamo, dobbiamo abbattere le barriere che le circondano, siano esse architettoniche, economiche o pratiche.</p>
<p>Parlando con Greta ho fatto caso al problema dei libri. Per chi non vede, l'unica opzione valida sono gli audiolibri, ma la loro disponibilità è nettamente inferiore a quella delle loro controparti cartacee. Sulle piattaforme commerciali, come Audible, si trovano solo i titoli più famosi e gettonati. Se vuoi ascoltare Harry Potter lo trovi interpretato da Pannofino, ma se vuoi qualcosa di più sotterraneo, fuori dal giro dei best seller, ti attende il nulla cosmico. Quindi ho lanciato il cuore oltre l'ostacolo e ho deciso che l'audiolibro di Assalto alle piattaforme l'avrei fatto io. Non ho uno studio professionale e non sono uno speaker, ma ho un microfono e una voce. Sapevo che non avrei mai potuto competere con le registrazioni patinate di Amazon, ma ho realizzato che, in fondo, non c'era bisogno di farlo. La cosa che conta è che il mio libro sia accessibile anche in quel formato, e poco importa se sarà un po' punk e ogni tanto ci sarà qualche imperfezione. Forse, vai a sapere, in un'era di scintillanti iperproduzioni le sbavature diventeranno una feature, un marchio di spontaneità e umanità.</p>
<p>Per registrare la prima puntata da trenta minuti ho impiegato quasi due ore. Che fatica! Poi ho iniziato a prenderci la mano, ma soprattutto a non preoccuparmi dei piccoli errori. Nel farlo ho iniziato a farne sempre meno. La libertà di sbagliare senza fustigarci, paradossalmente, ci rende più precise. Nel giro di un paio di puntate sono arrivato a leggere tutto in un paio di take, mettendoci il giusto e divertendomi il triplo. A prescindere da tutto, ne ho tratto un grandissimo beneficio. Non so perché, ma dev'esserci qualcosa, nella lettura ad alta voce, che ci fa bene a livello cognitivo.</p>
<p>La risposta al mio audiolibro amatoriale e sgangherato è stata travolgente. Tanto per cominciare, almeno nella mia bolla, della produzione chirurgica e cristallina non importa a nessuno. Anzi, molte persone mi hanno detto che le imperfezioni e gli inciampi rendono tutto più godibile. A ben vedere, in un internet sempre più artificiale, non c'è da stupirsi che ci sia fame di umanità. La vera sorpresa è stata il pubblico: l'idea è partita da un desiderio di accessibilità per chi non ha la vista, ma mi sono reso conto che è solo uno dei mille motivi per cui una persona può non avere modo di leggere.</p>
<p>Avere la vista è un privilegio.
Avere il tempo di leggere è un privilegio.
Avere le energie mentali per leggere è un privilegio.
Persino avere la concentrazione per farlo, dopo i danni di Instagram e TikTok, è un privilegio.</p>
<p>Lavoriamo così tanto che spesso arriviamo a fine giornata col cervello fritto, senza aver avuto un minuto da dedicare ad altro. Tante persone mi hanno scritto che una volta leggevano, ma che da quando ci sono gli smartphone non riescono più a farlo, un po' perché le notifiche sono una distrazione costante, un po' perché non riescono più a focalizzarsi. I reel, gli short e i tiktok ci hanno rese drogate di novità, abituandoci a un'intrattenimento che ci ricompensa con microdosi di dopamina ogni 30 secondi. Il fatto che il 99% del content che consumiamo sulle piattaforme commerciali sparisca nell'oblio non è un caso. Ce lo dimentichiamo perché il punto non è il significato, ma l'esperienza stessa dello scrolling. I libri funzionano nel modo opposto: richiedono uno spazio di attenzione molto più ampio e ci premiano con idee e consapevolezze che rimangono con noi e ci arricchiscono. Odio il paternalismo pseudocolto di chi dice &quot;leggi un <em>buon</em> libro&quot;, ma i dati parlano chiaro: leggiamo sempre di meno. Non perché stiamo diventando collettivamente più stupide, ma perché siamo vittima di meccanismi che ci sottraggono il tempo per farlo. Dobbiamo trovare un modo per invertire la tendenza, altrimenti cederemo a Zuckerberg e soci il controllo della nostra crescita culturale e spirituale.</p>
<p>Proprio per questo l'esperienza di registrare un audiolibro in formato podcast è stata illuminante. Un podcast può ritagliarsi uno spazio di attenzione di qualità anche nel marasma del contemporaneo. Il fatto che la popolarità del formato sia decollata negli ultimi anni la dice lunga. Per questo, ho deciso che dopo aver finito Assalto alle piattaforme continuerò a leggere ad alta voce. Ho in mente di proporre libri di altri autori e autrici, tra saggi e racconti brevi. Cosa vi piacerebbe sentire? Avete idee? Al tempo stesso, farò del mio meglio per fare in modo che sempre più persone e realtà adottino la pratica. Per esempio, sto registrando con Philopat il suo fondamentale Costretti a sanguinare: non l'abbiamo ancora pubblicato, ma se volete un'anteprima la trovate <a href="https://cloud.kenobisboch.it/s/P8oDqb7wjEgGBiS">qui</a>. E non dimentichiamo che ci sono realtà stupende come <a href="https://scalpocast.savohead.com/@SCALPOcast">SCALPO</a>, che lavorano già in questa direzione da tempi non sospetti. Sono sicuro che ci siano tantissimi progetti affini che ancora non conosco: se vi va, suggeritemeli e li riporterò qua nella newsletter.</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva (in ritardo, ma chissene)<br />
<em>Kenobit</em></p>
<h2 id="prossime-date">PROSSIME DATE</h2>
<p>30 gennaio - <strong>ROMA</strong> @ Liminal Space - Concerto<br />
31 gennaio - <strong>TORINO</strong> Double feature! A mezzogiorno allo Spazio Baom, poi alla Global Game Jam alla Biblioteca Archimede (Talk + concerto)<br />
4 febbraio - <strong>ROMA</strong> @ Forte Prenestino - Presentazione libro+ concerto<br />
5 febbraio - <strong>SALERNO</strong> @ Morticelli - Concerto<br />
6 febbraio - <strong>CASERTA</strong> @ Club 33 giri - Presentazione libro e concerto<br />
7 febbraio - <strong>LODI</strong> @ Sound A Part festival - Presentazione libro<br />
11 febbraio - <strong>TORINO</strong> @ Radio Blackout - Presentazione libro e concerto<br />
15 febbraio - <strong>MEZZAGO</strong> @ Bloom - Presentazione libro<br />
20 febbraio - <strong>FANO</strong> (PU) @ Arci Artigiana - Concerto con la nuova band Gom Jabbar<br />
21 febbraio - <strong>UMBERTIDE</strong> (PG) @ Mini Metropolis - Concerto Gom Jabbar + presentazione libro<br />
6 marzo - <strong>NAPOLI</strong> @ Zero81 - Presentazione libro<br />
7 marzo - <strong>MILANO</strong> @ Cascina Occupata Torchiera - Presentazione libro + concerto<br />
14 marzo - <strong>LIVORNO</strong> @ Ex Caserma Occupata - Presentazione libro + concerto<br />
21 marzo <strong>MILANO</strong> @ LUME - Presentazione + concerto<br />
26 marzo <strong>MILANO</strong> @ Cantiere - Presentazione<br />
27 marzo <strong>MILANO</strong> @ Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa - Presentazione</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
        <p>
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      <pubDate>Wed, 28 Jan 2026 08:09:13 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] E se il problema fosse proprio il modello Spotify?</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/70ef8dc8-b7ba-481b-b991-9cbf23f1ada4</link>
      <description></description>
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<body style="background-color: #f4e8bd;font-family: 'Helvetica Neue', 'Segoe UI', Helvetica, sans-serif;font-size: 15px;line-height: 26px;margin: 0;color: #444;">
    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/70ef8dc8-b7ba-481b-b991-9cbf23f1ada4/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p><em>Ciao e buon anno! Dopo il letargo delle feste, ricomincia la Settimana Sovversiva. Ho trascorso i primi giorni del 2026 lavorando a una fanzine giocosa che propone una riflessione alternativa sulla spinosissima questione &quot;Spotify è tremendo, ma dove andiamo se lo molliamo?&quot; Ve ne propongo i primi due capitoletti, così mi dite se l'idea vi piace e il discorso vi stuzzica. L'idea è farla uscire presto, con un progetto grafico di Gianluca Folì, che è anche l'autore dello splendido header di questa newsletter.</em></p>
<p><em>Nel frattempo, il mio libro, Assalto alle piattaforme, è stato ristampato ed è di nuovo in pronta consegna sul <a href="www.agenziax.it">sito di AgenziaX</a>. Se volete, potete anche ascoltarlo gratuitamente, letto da me, <a href="podcast.kenobit.it">qui</a>.</em></p>
<p><em>Del libro parlerò anche il <strong>venerdì 16, a Catania, alla Palestra Lupo</strong>. Lo presenterò e poi faremo festa con il Game Boy. Per tutte le altre date di questo inizio 2026, vi rimando a fondo mail!</em></p>
<hr />
<p>L’invasione israeliana della Striscia di Gaza ci ha messo davanti a una verità molto scomoda: le cosiddette “big tech”, le grandi aziende private che controllano buona parte del settore di internet e dell'informatica, sono legate a doppio filo ai lati più turpi del colonialismo e del militarismo, e noi, più o meno consapevolmente, ne siamo complici.</p>
<p>Google e Amazon hanno siglato un accordo plurimiliardario con le forze di occupazione, alle quali offrono servizi di cloud computing di grande importanza strategica. Meta censura su Instagram e Facebook le voci del dissenso e i metadati di WhatsApp sono stati utilizzati per addestrare Lavender, l'intelligenza artificiale sviluppata dall'esercito per scegliere quali case bombardare. Microsoft ha lucrato sul massacro vendendo spazio su Azure Cloud, per abilitare una delle più grandi operazioni di sorveglianza illegale della storia, con la quale la famigerata Unità 8200 ha spiato tutte le telecomunicazioni nella Striscia, salvando &quot;milioni di telefonate all'ora&quot;. E lx impiegatx di Microsoft che hanno protestato contro l'uso del loro lavoro a sostegno di un genocidio? Licenziatx. I servizi del capitalismo digitale hanno penetrato così tanto le nostre vite da farceli sembrare insostituibili, indispensabili, e per questo difficili da criticare. Ci vengono proposti come mali necessari, ma è urgente metterli in discussione e problematizzarli, anche se farlo ci mette a disagio.</p>
<p>Il caso più emblematico del 2025 è quello di Spotify. Erano anni che si parlava di quanto fosse ingiusto e predatorio nei confronti dellx artistx, ma la sua diffusione capillare e la comodità di avere &quot;tutta la musica&quot; a portata di streaming ci hanno fatto chiudere un occhio sulle sue ingiustizie. Poi è venuto a galla come vengono investiti i soldi che noi, con la nostra consuetudine d'uso, consegniamo all'azienda: Daniel Ek, CEO, ha investito 600 milioni di dollari in Helsing, una startup che produce droni militari e soluzioni IA per i campi di battaglia. Nello stesso periodo, ha ridotto ulteriormente i compensi per le riproduzioni, già da fame, e ha iniziato a ospitare le pubblicità di reclutamento dell'ICE, la violenta forza di polizia che deporta le persone non bianche negli Stati Uniti di Donald Trump. All'improvviso, e aggiungo per fortuna, c'è stato un moto di disgusto collettivo verso un'azienda che ruba alle musicistx per dare ai razzisti e ai guerrafondai.</p>
<p>La presa di coscienza ci ha imposto un problema non banale. Se molliamo Spotify, poi la musica come la ascoltiamo? E se la creiamo, dove possiamo caricarla per farla ascoltare? Al momento, inutile girarci intorno, una soluzione fatta e finita non c'è. C'è chi ha proposto di migrare verso altre piattaforme commerciali, come Amazon Music o Tidal, ma è come scopare la polvere sotto al tappeto. Sono realtà con implicazioni etiche ed economiche altrettanto problematiche e la legge dell'enshittification ci dice che sarebbero comunque destinate a ripetere le storture di Spotify. C'è chi adocchia realtà commerciali diverse, come Qobuz, che si fregia di pagare più di tutte le altre piattaforme, ma ha una selezione di brani più ridotta e la sua natura privata e for profit non ci dà garanzie sul suo futuro. Ci sono progetti interessanti, come Subvert, che sta lavorando a una piattaforma organizzata come una cooperativa, controllata dallx artistx, ma sono ancora distanti anni luce dal poter offrire un servizio in grado di sostituire Spotify. Lo stesso discorso vale per le piattaforme decentralizzate e basate sul software libero, come Funkwhale, che possono offrire oasi fertili per l'underground, ma non sono ancora pronte all'adozione su larga scala. Per chi si sente pirata, ci sono anche app come Outertune, che rubano dai cataloghi di YouTube Music e affini per proporre un'esperienza analoga a Spotify, ma senza pubblicità. Sono valide, ma si appoggiano agli stessi server dei servizi che dovremmo superare e potrebbero venirci tolte da un giorno all'altro.</p>
<p>Questa fanzine non pretende di proporre una soluzione. È un enorme problema di azione collettiva e dovremo affrontarlo come tale, insieme, negli anni a venire. Vuole invece proporre un gioco che ci aiuti farci domande fuori dalla rigida griglia che ci impone il feudalesimo digitale. E se il problema fosse proprio il modello di Spotify? Lo status quo attuale è davvero il migliore dei mondi possibili? Abbiamo perso qualcosa di importante per strada? Il progresso che ci ha venduto la Silicon Valley è realmente progresso? Non è che ci hanno fregato? Possiamo immaginare un futuro diverso, dove le piattaforme siano in mano al popolo e strutturate per ottimizzare il piacere, invece dei guadagni?</p>
<p>È qui che entra in gioco la Congrega del Nastro Magnetico, misteriosa società segreta dedita al culto delle musicassette. Il punto non è la nostalgia, né il rimpianto dei bei tempi andati. I suoi adepti e le sue adepte esplorano la vecchia tecnologia per indagare sul passato, per premere &quot;rewind&quot; sull'idea bacata di progresso che ci hanno rifilato e capire cosa ci è stato tolto. Forse, da qualche parte, abbiamo imboccato il bivio sbagliato. Possiamo rivendicare il lato umano della musica, o se non altro rimetterlo a fuoco, per dare nuova linfa alla nostra immaginazione. Giochiamo, dunque. Forse troveremo spunti preziosi e idee innovative nascoste tra le pieghe del passato prossimo, o forse no. Nel peggiore dei casi, ci saremo divertitx.
<strong>IN ALTO I WALKMAN!</strong></p>
<h3 id="la-grande-bugia">LA GRANDE BUGIA</h3>
<p>Le bugie più insidiose sono le mezze verità. Ce n'è una, particolarmente diffusa, che la Congrega del Nastro Magnetico mette in dubbio con tutte le sue pratiche: &quot;Su Spotify c'è tutta la musica.&quot; Tecnicamente non c'è nulla da obiettare. I server dell'azienda ospitano milioni e milioni di brani, dalle hit da classifica ai b-side più sotterranei. Tutto, in linea teorica, è accessibile con una singola ricerca. E sia chiaro: la possibilità di entrare in contatto con buona parte dello scibile sonoro è potentissima. L'abbiamo assaggiata con l'arrivo di Napster, il paziente zero della gioiosa pirateria del WWW, e conosciamo bene la sua capacità di abbattere barriere.</p>
<p>Un archivio sconfinato, però, ha valore solo in funzione di quanto può essere esplorato, altrimenti è soltanto un ammasso di dati di difficile consultazione. Da questo punto di vista, Spotify presenta vari problemi. Il primo deriva proprio dall'abbondanza. Il fatto che ci siano più brani di quanti un essere umano ne possa ragionevolmente tenere a mente implica che sia necessario uno strumento per selezionarli: l'algoritmo. Gli strumenti non sono mai neutrali, perché il loro design detta i confini di ciò che possono fare. In questo caso, essendo figlio di un'azienda for profit e avendo accesso alle statistiche di utilizzo dell'utenza, l'algoritmo è strutturato per ottimizzare i guadagni, e nello specifico per farci usare l'app il più a lungo possibile. Su una piattaforma commerciale anche la musica diventa content, veicolo di pubblicità e profitto, quindi più ne consumiamo più generiamo introiti. Le playlist che ci propone non sono pensate per arricchirci spiritualmente e allargare i nostri orizzonti, bensì per darci cose che abbiamo già dimostrato di apprezzare. A seconda dei punti di vista, può sembrare un servizio o una gabbia.</p>
<p>Il secondo problema nasce proprio dai criteri della selezione algoritmica. Guardiamo i dati: nel 2024 sono state caricate su Spotify circa 100.000 canzoni al giorno, ma l'87% di tutto il catalogo ha ricevuto meno di 1000 ascolti annuali. Solo il 5% degli artisti ha superato i 1000 fan mensili, e l'86% ne ha raggiunti meno di 10. La stragrande maggioranza degli ascolti è confinata nella sfera del mainstream, e anche al suo interno è sbilanciata verso i brani più performanti. Quello del content è un circolo vizioso: l'algoritmo promuove ciò che porta più numeri, che di conseguenza genera più ascolti e mantiene il suo status privilegiato. Sulla carta, nel grande contenitore di Spotify, tutti i brani sono uguali, ma nella pratica non è così. Più che con un archivio ben organizzato, siamo alle prese con un enorme negozio, dove alcuni prodotti sono in bella vista sugli scaffali, mentre altri sono in fondo al magazzino sotto due strati di polvere. È una struttura nella quale è facile, o quasi inevitabile, imbattersi in una hit di Drake, ma dove è improbabile trovare le nicchie, le stranezze, le opere che non rispondono ai canoni commerciali.</p>
<p>Come se non bastasse, Spotify si sta riempiendo a velocità smodata di fuffa generata con l'Intelligenza Artificiale. Non solo i brani meccanici entrano in competizione con quelli umani, ma è  la piattaforma stessa a investire nella tecnologia: avendo il quasi monopolio dei mezzi di distribuzione, potrebbe arrivare a generare la musica in base al nostro mood, liberandosi del fastidioso problema dellx artistx che pretendono soldi in cambio delle loro opere.</p>
<p>Per questo la Congrega del Nastro Magnetico rifiuta il dogma per il quale &quot;tutto è su Spotify&quot; e di conseguenza che chiunque voglia &quot;esistere&quot; debba essere presente sulla piattaforma. L'archivio è enorme, non si discute, ma la
sua struttura e le sue dimensioni ostacolano l'esplorazione. Questo scenario è pessimo tanto per chi ascolta, che deve delegare una cosa preziosa come la scoperta a un algoritmo strutturato per ottimizzare i guadagni di un'azienda privata, ma anche per chi crea musica e cerca un modo per condividerla. Nel momento in cui mettiamo le nostre opere sulle piattaforme commerciali diventano content e vengono giudicate di conseguenza, in base alla loro capacità di produrre valore. Entrano in un'arena dove l'86% dei contendenti non cava un ragno dal buco. Forse, al netto della bellezza di poter accedere facilmente a milioni di brani (che ci è comunque garantita da internet, anche con strumenti peer-to-peer indipendenti dallo streaming), il problema è proprio il modello di Spotify. Una realtà così grossa e omnicomprensiva è destinata a diventare sempre più robotica, nell'eterno divenire dell'ottimizzazione.</p>
<p>L'innegabile comodità delle piattaforme non è gratis. Oltre che con i nostri dati personali, l'abbiamo pagata rinunciando alla straordinaria componente umana della condivisione della musica. Non ce ne siamo quasi accorte, ma la consuetudine degli algoritmi ci ha fatto dimenticare come facevamo le cose fino a non troppi anni fa. Per questo la Congrega pratica religiosamente lo scambio della musicassetta, non per capriccio nostalgico, ma per riscoprire la saggezza e la bellezza che c'era in quei gesti. Il Nastro Magnetico ha molte cose da insegnarci.</p>
<h2 id="prossime-date">PROSSIME DATE</h2>
<p>16 gennaio - <strong>CATANIA</strong> @ Palestra Lupo - Presentazione libro + concerto<br />
22 gennaio - <strong>FIRENZE</strong> @ Artiglieria - Talk più concerto<br />
25 gennaio - <strong>AMBRA (Arezzo)</strong> @ Agripunk - Presentazione + concerto benefit per Agripunk<br />
30 gennaio - <strong>ROMA</strong> @ Liminal Space - Concerto<br />
31 gennaio - <strong>TORINO</strong> @ Global Game Jam - Talk + concerto<br />
4 febbraio - <strong>ROMA</strong> @ Forte Prenestino - Presentazione + concerto<br />
5 febbraio - <strong>SALERNO</strong> @ Morticelli - Concerto<br />
6 febbraio - <strong>CASERTA</strong> @ Club 33 giri - Presentazione e concerto<br />
(20, 21, 27 febbraio primi concerti con la mia nuova band! Vi racconterò!)</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva! Che sia un anno battagliero. &lt;3<br />
Kenobit</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
        <p>
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            <a href="https://settimana.kenobit.it/subscription/70ef8dc8-b7ba-481b-b991-9cbf23f1ada4/" style="color: #888;">Cancella iscrizione</a>
        </p>
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    </div>
    <div class="gutter" style="padding: 30px;">&nbsp;<img src="https://settimana.kenobit.it/campaign/70ef8dc8-b7ba-481b-b991-9cbf23f1ada4/00000000-0000-0000-0000-000000000000/px.png" alt="" /></div>
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      <pubDate>Mon, 12 Jan 2026 16:29:02 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] Il mio libro è uscito! Sono emozionato!</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/b835cfd4-cc2e-4abb-98ab-6e83a32f2a39</link>
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    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/b835cfd4-cc2e-4abb-98ab-6e83a32f2a39/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p><em>Ciao! Oggi è un giorno molto speciale per me, perché il mio libro, Assalto alle Piattaforme, è finalmente uscito. Sono emozionato! Parla del rapporto tossico che abbiamo con le piattaforme commerciali, analizza i meccanismi che ci rubano il tempo, racconta il grande inganno della <em>content creation</em> e propone un percorso concreto per smettere di sostenere il capitalismo digitale e rivendicare una dimensione online che non inquini il mondo e le nostre vite. È frutto di due anni di sperimentazione (cominciati proprio qui, sulla Settimana Sovversiva), tecnologica e umana, e spiega nel modo più semplice possibile le alternative e le pratiche che possono liberarci. Ci ho messo il cuore. Se volete comprarne una copia cartacea, lo trovate <a href="https://agenziax.it/assalto-piattaforme">qui</a>, sul sito di Agenzia X. Nota: al momento è disponibile solo il libro, mentre l'ebook sarà disponibile dal 10 gennaio, in contemporanea all'arrivo nelle librerie del mondo reale.</em></p>
<p><em>Un libro battagliero, però, perde di significato se non è accessibile. Per questo, ho pensato di registrarne una versione audio gratuita, per chiunque non abbia modo di leggere, per qualsiasi motivo. Non ho il budget per ingaggiare speaker di mestiere, quindi l'ho letto io, con la mia voce. Non sarà professionale, ma è pieno di affetto. Uscirà in formato podcast, mano a mano che registro i capitoli, ovviamente non su Spotify e sulle piattaforme commerciali. Lo trovate sulla mia istanza <a href="https://podcast.kenobit.it/@assaltoallepiattaforme">Castopod</a>, software che tra l'altro è ben raccontato nel libro. La prima puntata è già disponibile! L'accessibilità deve essere anche economica: se potete vi invito a sostenere il mio lavoro e quello di Agenzia X, ma se volete leggere il libro e in questo momento non ve lo potete permettere, scrivetemi. Vi aiuterò a &quot;piratarlo&quot;. Il libro, del resto, è depositato con una <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.it">licenza copyleft</a>, libera, che vi permette di copiarlo, distribuirlo, prenderne dei pezzi, remixarlo. Il sapere vuole essere libero!</em></p>
<p><em>Vi lascio con il primo capitolo, intitolato &quot;Abbiamo un problema&quot;. Ah, dimenticavo: questa settimana farò gli ultimi tre concerti del 2025, muovendomi verso sud. Domani, giovedì, sarò alla Casamatta di Gaeta. Venerdì sarò al Cineteatro Universal a Cosenza, mentre sabato sarò a Reggio Calabria all'Interzone. Buona lettura e buona Settimana Sovversiva. &lt;3</em></p>
<hr />
<p>Abbiamo un problema. Ogni aspetto delle nostre vite è stato colonizzato da aziende private che estraggono valore dalle nostre esistenze. Il feudalesimo digitale si nutre del nostro tempo e ironicamente siamo proprio noi a darglielo, senza nemmeno accorgercene, a volte addirittura con entusiasmo. Facendo scorrere sui nostri smartphone la cascata infinita di contenuti selezionati dagli algoritmi smettiamo di essere umani e diventiamo meri target pubblicitari, piccole miniere di dati che vanno ad alimentare lo stesso iperconsumismo che sta distruggendo il pianeta. Siamo complici dei nostri sfruttatori, anzi, peggio: lavoriamo gratis per loro. Il malessere è palpabile, ma fatichiamo a metterlo a fuoco. Siamo consapevoli dei danni cognitivi e sociali che ci stanno infliggendo questi meccanismi, ma sono così radicati nella normalità che non riusciamo nemmeno a metterli in dubbio. L'obiettivo di questo libro è smontarli, analizzarli e capire come possiamo scendere da questa giostra, o se non altro sabotarla.</p>
<p>Il problema che ho appena descritto è anche mio, tengo a specificarlo. Non sono qui per sgridarvi o puntare il dito, perché in questo tranello sono cascato in prima persona, con entrambi i piedi. Lo dico senza vergogna e questa trasparenza mi sembra l'unico punto di partenza accettabile per intraprendere un percorso di liberazione. Affrontando questi temi si tende a parlare solo di economia e tecnologia, dimenticando il lato umano che invece è cruciale per capire la situazione in cui ci troviamo. Per questo, prima di proporvi il mio percorso di disintossicazione e resistenza, desidero raccontarvi la storia di come mi sono trovato in questo pasticcio. Mi sarà utile come base per alcune riflessioni, ma anche per contestualizzare il disagio da cui sono scaturite.</p>
<p>Tutto cominciò con la voglia di condividere una passione. Intorno al 2008, con il mio socio Andrea Babich, iniziai a organizzare delle serate di retrogaming in un piccolo circolo Arci. Amavamo i vecchi videogiochi da bar e volevamo raccontarli al pubblico. Erano eventi gratuiti, senza scopo di lucro, organizzati per il puro piacere di farlo. L'idea funzionò e nel giro di poco tempo ci trovammo alle prese con un nutrito gruppo di persone che non voleva perdersi neanche un evento. Ci fu suggerito di creare una pagina su Facebook, &quot;Insert Coin&quot;, dove annunciare le date e pubblicare le locandine.</p>
<p>Ai tempi i social network non facevano parte della mia vita. Avevo un account su Facebook, fatto controvoglia per assecondare non ricordo chi, ma lo usavo pochissimo perché non ne sentivo l'esigenza. La creazione di quella pagina cambiò tutto. In quel momento, Facebook era una macchina da comunicazione potentissima, perché tutto ciò che pubblicavamo su &quot;Insert Coin&quot; raggiungeva istantaneamente il nostro pubblico. Se la pagina aveva cinquemila fan, cinquemila persone leggevano le nostre parole e potevano ricondividerle sulle loro bacheche. Curare la pagina era un metodo estremamente efficiente per mantenere i contatti con la nostra comunità e raggiungere nuove persone interessate. Le serate crescevano e con esse il nostro numero di fan digitali, in un circolo virtuoso che sembrava mettere a frutto il vero potenziale di Internet, che nel frattempo si stava diffondendo. Se un tempo era una frontiera riservata a chi già masticava l'informatica, l'avvento dei primi iPhone e la diffusione delle connessioni a banda larga stava ampliando esponenzialmente l'utenza.</p>
<p>Così, quasi senza accorgermene, mi trovai a investire sempre più tempo su Facebook, non solo come amministratore di una pagina, ma anche come persona. La piattaforma mi dava uno strumento per coltivare un progetto ed era di fatto entrata nella mia quotidianità. Iniziai a curare il mio profilo e a condividere qualche pezzetto di vita privata, solleticato dalle attenzioni che ricevevo in cambio. Sembrava tutto così innocente! Poco tempo dopo, Facebook cambiò le regole del gioco. Usando come scusa la crescita dell'utenza e la mole di status che venivano pubblicati ogni giorno, smise di mostrare in ordine cronologico tutti i post delle persone e delle pagine seguite. In sostituzione, adottò la primissima versione di un feed algoritmico che selezionava in base a criteri opachi quali post promuovere e quali affossare. Fu una doccia fredda per chi, come me, aveva una pagina nella quale aveva investito tempo ed energie.</p>
<p>Facebook mi disse esplicitamente che il post che stavo per pubblicare avrebbe raggiunto organicamente solo una piccola percentuale dei fan della pagina. Per raggiungerli tutti, avrei dovuto spendere soldi per un post sponsorizzato; di fatto, Mark Zuckerberg mi stava chiedendo un riscatto per parlare con la comunità che si era creata intorno ai nostri eventi. Tutto il lavoro svolto per farla crescere, all'improvviso, non valeva più niente, anche perché organizzando eventi no profit non avevamo il budget per pagare l'estorsione, anche se avessimo voluto farlo. Avevamo costruito a casa d'altri. Avrei potuto riflettere sui rischi di investire il mio tempo in una piattaforma privata gestita da un miliardario dall'altra parte del mondo, ma in quel momento il mio problema più impellente era: &quot;Come faccio a comunicare le prossime serate?&quot;</p>
<p>In un primo momento provai inutilmente a ingannare il sistema, ma la deriva algoritmica era inarrestabile. Facebook, ormai quotato in borsa e con investitori ansiosi di recuperare i generosi capitali elargiti in fase di startup, aveva capito che la vera risorsa monetizzabile era il nostro tempo. Nacque così il cosiddetto &quot;walled garden&quot;, il giardino recintato, perfetta metafora della tendenza accentratrice della piattaforma. L'algoritmo venne ritoccato per penalizzare qualsiasi post contenesse un link a un sito esterno, una mossa che tagliò le gambe ai giornali e a chiunque avesse un progetto da promuovere, come me. Dal recinto non si esce, pena l'oblio algoritmico.</p>
<p>Nel frattempo, dopo il grande successo di YouTube, stavano nascendo piattaforme dedicate allo streaming, ossia alla trasmissione di video in diretta. Io e Andrea eravamo in cerca di un nuovo modo per restare in contatto con il pubblico delle serate, quindi creammo un canale su Hitbox.tv, concorrente ormai estinto del più noto Twitch.tv. Iniziammo a trasmettere delle sessioni di gioco da casa mia, una volta ogni due settimane, con l'esplicito scopo di pubblicizzare le serate. L'esperienza fu trasformativa, nel bene e nel male. Il nostro desiderio era ancora una volta condividere la nostra passione e divulgare una cultura che ritenevamo preziosa, quindi fummo travolti dal potenziale dello streaming. Potevamo trasmettere da casa, senza le fatiche organizzative di un evento dal vivo, raggiungendo anche chi viveva a centinaia di chilometri di distanza. Il nostro pubblico, tramite la chat, poteva comunicare direttamente con noi, ma anche chiacchierare e tessere amicizie durante i nostri show. Era una novità emozionante, che al netto di tutte le critiche che sto per porre ci ha fatto incontrare persone poi diventate amiche e preziose alleate. Il problema di Internet non è certo la sua possibilità di connetterci con anime affini in coordinate geografiche differenti.</p>
<p>Qualche tempo dopo Hitbox.tv chiuse i battenti e ci lanciammo su Twitch.tv, la piattaforma che di lì a breve sarebbe diventata sinonimo di streaming. Decidemmo di concentrare lì le nostre energie, raddoppiando la frequenza delle nostre trasmissioni. Poi si unirono altri amici al progetto, aggiungendo un'ulteriore live settimanale, e io decisi di inaugurare una mia diretta mattutina, dal lunedì al venerdì. In buona sostanza, passammo da due a più di dieci ore di streaming a settimana. Le serate dal vivo, quelle nel mondo reale, si diradarono fino a sparire.</p>
<p>Fino a quel momento non avevo mai fatto caso ai numeri; il risultato che cercavo non si misurava in statistiche, ma in umanità. Se c'era gente a seguire le dirette ero felice a prescindere, perché il mio scopo era condividere la mia passione. Il punto non era diventare famoso, quindi poco cambiava se c'erano dieci, cento o mille spettatori. Quel numero, in bella vista nell'interfaccia delle dirette, non lo guardavo mai. Per Twitch, però, quel numero era tutto, perché più spettatori significano più bulbi oculari che consumano le pubblicità tra una trasmissione e l'altra. Il business era ed è nella quantità. Il nostro canale funzionava bene, quindi fummo sedotti dalle dinamiche gamificate della piattaforma, che usava le stesse leve del game design (come i punti e i traguardi) per incitare la forza lavoro non pagata (noi) a produrre più contenuti. Iniziai a guardare ossessivamente il numero degli spettatori, esultando quando cresceva e intristendomi se smetteva di farlo. L'obiettivo era ottenere la partnership: chi streammava più di un tot di ore mensili con una media di spettatori contemporanei superiore a 75 poteva di fatto &quot;entrare in affari&quot; con Twitch e sbloccare la possibilità di monetizzare le dirette, ottenendo parte dei ricavi pubblicitari e accesso al sistema degli abbonamenti.</p>
<p>Quel traguardo mi parve la cosa più importante del mondo. Twitch stava crescendo esponenzialmente e noi eravamo nel posto giusto, tra l'altro con un progetto che ci rendeva felici. Forse potevamo trasformare il nostro hobby in un lavoro! Scrivere queste parole, oggi, mi fa accapponare la pelle. Il detto &quot;Trovati un lavoro che ami e non lavorerai un giorno in vita tua&quot; è una delle più infingarde menzogne del capitalismo. In quel momento era difficile rendersene conto, ma avevamo portato la nostra passione in un contesto lavorativo, strutturato per aumentare il tempo che gli dedicavamo, modellato sulla logica del profitto invece che su quella della libertà creativa. Iniziai a seguire religiosamente le best practice per fare crescere il nostro canale: il mantra degli streamer di spicco e dei blog ufficiali di Twitch era trasmettere con estrema regolarità, agli stessi orari, per fidelizzare il pubblico. La costanza, anche nei momenti di fatica o di malattia, era fondamentale, perché era l'unico modo per scongiurare che il nostro pubblico approdasse su altri lidi. In quell'enorme arena digitale eravamo in competizione con i nostri simili, come nel più tossico degli uffici. Gli stream settimanali, nati come scusa per passare del tempo con i miei amici e dedicarmi alle cose che amo, si erano trasformati in un impegno.</p>
<p>L'altra cosa da fare per emergere era curare la propria presenza sui social, creando un seguito anche su Facebook, Instagram e Twitter1. Iniziai a condividere sempre più aspetti della mia vita, anche quelli non legati ai videogiochi. Il prodotto ero io. La performance doveva essere costante. Iniziai a pubblicare più post, fotografando anche momenti privati, come le cene, i viaggi, le feste. Come Twitch, anche queste piattaforme social si reggevano sul business dei numeri e della pubblicità, e avevano a loro volta meccanismi gamificati per spingermi a produrre di più. Il confine tra mondo reale e digitale iniziò a sfumarsi e il mio smartphone usciva sempre più spesso dalle mie tasche per interrompere la mia vita. All'improvviso, rispondere a un commento o pubblicare la foto di un gelato era un imperativo categorico. Io, che fino a pochi anni prima avevo snobbato Facebook, ero diventato la caricatura degli influencer che vivono attraverso lo schermo di un telefono.</p>
<p>Visto che il canale cresceva, e quindi sulla carta stavamo &quot;vincendo&quot;, non ci vedevo niente di male. Nel mio ingenuo tecnottimismo, mi sembrava una nuova e inevitabile normalità, scaturita dalla rivoluzione degli smartphone. Il mondo funzionava così e io ero troppo impegnato a inseguire un'idea distorta di successo per metterlo in dubbio. La tanto agognata partnership arrivò e il nostro canale si trovò sulla cresta dell'onda, con un pubblico sempre più numeroso su una piattaforma che sembrava destinata a crescere all'infinito. I guadagni della partnership, però, erano risibili. Il revenue sharing della pubblicità ci pagava in spiccioli e il 50% dei fondi degli abbonamenti finiva nelle casse di Twitch, che nel frattempo era stato acquistato da Amazon. Creavamo più di 40 ore mensili di trasmissioni originali, ma le entrate non bastavano neanche a pagare mezzo stipendio. Come se non bastasse, noi eravamo in cinque. Dividendo il malloppo e calcolando le tasse, a fronte di tutto quel lavoro ricevevamo poco più che una mancia.</p>
<p>Il modo per fare soldi c'era: tampinare il nostro pubblico affinché sottoscrivesse più abbonamenti, aumentare la pubblicità nelle nostre trasmissioni e portare contenuti sponsorizzati, trasformandosi di fatto in ingranaggi del consumismo. &quot;Compra questa cianfrusaglia usando il codice KENOBISBOCH15 per avere 15 euro di sconto sul tuo primo acquisto!&quot; Sono molto felice di non aver mai pronunciato questa frase, ma Twitch funzionava così, per chi voleva &quot;trasformare la sua passione in un lavoro&quot;. Il prestigio della partnership ci aprì un sacco di porte che, per fortuna, decidemmo di non varcare. Erano nati i cosiddetti &quot;network&quot;, aziende di management che gestivano gli streamer di successo, procurando ingaggi pubblicitari con i brand e adottando strategie aggressive per aumentare la loro popolarità e, di conseguenza, la possibilità di monetizzarli. Ricevemmo delle ottime offerte da alcuni dei network più popolari, ma la nostra coscienza, dopo un paio d'anni di letargo, iniziava a risvegliarsi. Dire di sì avrebbe significato cedere le redini del nostro canale a realtà motivate esclusivamente da scopi commerciali, ma soprattutto associarci a personaggi lontanissimi dai nostri ideali. Ai tempi, come ora, Twitch era pieno di streamer che coltivavano comunità sessiste e sfruttavano in maniera irresponsabile la loro notorietà. Di quella cricca, così lontana dalle cose che ci stavano a cuore, non volevamo fare parte. Rifiutammo quelle prospettive di facile crescita e decidemmo di continuare per la nostra strada, accantonando la possibilità di trasformare il nostro canale in un business in grado di mantenerci. Fu il primo sussulto di consapevolezza. Dopo anni di sospensione del giudizio, stavamo iniziando a osservare con occhio critico il nostro rapporto con le piattaforme.</p>
<p>In particolare, feci caso a come lo spazio della mia vita colonizzato da Twitch fosse andato a scapito di altre cose che amavo fare. Prima di cominciare con lo streaming scrivevo moltissima musica elettronica su Game Boy, che ancora oggi suono in giro come Kenobit. In quel periodo, però, non riuscivo più a scrivere niente, se non con grande fatica. In un primo momento pensai che fosse colpa mia e che semplicemente l'ispirazione si fosse spenta, ma poi feci caso alla quantità di tempo che veniva divorata dalla cura del canale. Le trasmissioni, ormai quotidiane, richiedevano preparazione ed energie mentali, e soprattutto andavano promosse sui social, in una dimensione digitale dove era sempre più difficile farlo. Come se non bastasse, non potevo fermarmi, perché il demonietto del content esigeva costanza e aveva già da tempo iniziato a erodere le mie vacanze e il concetto stesso di riposo. Fare lo streamer era un lavoro a tempo pieno, senza ferie, senza malattia, senza certezze. Ero stanco. La mia creatività, che solitamente emergeva nei momenti di ozio e libertà, non trovava aria da respirare.</p>
<p>Notai anche come la necessità di produrre senza soluzione di continuità avesse cambiato la portata delle cose che creavamo. Fino a qualche anno prima io e Andrea potevamo trovarci senza scadenze e fare ricerca, scavando come archeologi nella storia dei videogiochi e della loro musica. Prima di Hitbox e Twitch avevamo un piccolo podcast senza pretese, che richiedeva quasi un mese per una singola puntata, e che ci ricompensava con nuovi saperi e consapevolezze. Sentii la mancanza di quel modo così poco produttivo di dedicarmi alle mie passioni. Su Twitch, dove schiocca la frusta del content, eravamo costretti a fare serate preparabili in poche ore, con un lavoro di ricerca minimo, se non assente. Per quanto facessimo cose di cui andavo fiero, anche in quel contesto, non potevo fare a meno di notare come il rapporto con la piattaforma avesse appiattito il nostro output. Mi sentii disinnescato.</p>
<p>Il punto di rottura arrivò con il COVID 19. Con la reclusione forzata dei lockdown e la conseguente epidemia di solitudine, lo streaming su Twitch esplose in popolarità. Permetteva non solo di vedere video di intrattenimento, ma anche di parlare in tempo reale con chi li creava e con gli altri spettatori, offrendo socialità in un momento di prigionia domestica collettiva. La piattaforma bucò il velo del mainstream e iniziò ad attrarre calciatori, cantanti e VIP assortiti, che si portarono dietro un pubblico generalista infinitamente più ampio di quello a cui eravamo abituati. Tutti i canali partner, incluso il nostro, iniziarono a crescere esponenzialmente. Tecnicamente eravamo nel posto giusto al momento giusto. Avevamo sempre più spettatori, più numeri, più statistiche potenzialmente monetizzabili. Mai una &quot;vittoria&quot; fu più amara.</p>
<p>Il COVID, amplificando le ingiustizie già insite nella nostra società, mi mostrò il lato più mostruoso della piattaforma che supportavo quotidianamente con il mio lavoro. Erano giorni pesanti, in cui Milano era una delle città più colpite del mondo; c'erano migliaia di nuovi casi al giorno, gli ospedali erano sovraccarichi e persino gli scaffali dei supermercati si stavano svuotando. La gente barricata in casa aveva il terrore del contagio, ma anche il lusso di isolarsi con un tetto sopra la testa. Le strade erano deserte, eccezion fatta per i rider di servizi come Just Eat, Glovo e Uber Eats, costretti dalla necessità non solo a continuare a lavorare, ma a farlo con ritmi sempre più serrati, tra l'altro in un ambiente pericoloso, dove la loro salute veniva messa in pericolo a ogni consegna. Non avevo mai visto una rappresentazione più chiara della disuguaglianza della società. Anche le piattaforme della food delivery erano nella posizione ideale per trarre profitto dalla pandemia: la gente chiusa in casa creava un'occasione d'oro per affermare una nuova consuetudine di consumo. Visto che Twitch era il punto di ritrovo più popolare del momento, i colossi del food delivery investirono ingenti somme nella pubblicità in streaming, stringendo accordi con tantissimi canali partner, ai quali veniva chiesto, in cambio di soldi e laute commissioni, di popolarizzare e normalizzare le app con cui ordinare cibo. L'offerta arrivò anche a noi, e fu proprio quella a rompere definitivamente l'illusione.</p>
<p>Rifiutammo senza pensarci, disgustati dall'idea di diventare cartelloni pubblicitari per l'ennesimo business basato sullo sfruttamento. La luna di miele era finita. Da quel momento non riuscii più a vedere la piattaforma con gli stessi occhi di prima, perché tutti i suoi aspetti mi sembravano improvvisamente indifendibili. Fu come riprendersi da una sbornia durata anni e aprire finalmente gli occhi su problemi etici gravissimi. La pubblicità che veniva visualizzata durante i miei stream, sulla quale non avevo alcun controllo, andava ad alimentare il consumismo che razionalmente volevo contrastare, e i soldi degli abbonamenti, donati con affetto dal nostro pubblico, arricchivano direttamente Amazon, forse la realtà più rappresentativa di ciò a cui i miei ideali si oppongono. Stavo lavorando per il nemico, per giunta quasi gratis, in cambio di una piccola fama di cartapesta. A farmi infuriare fu anche lo spreco di un'occasione: una tecnologia come quella dello streaming avrebbe davvero potuto fare grandi cose, in un momento di isolamento sociale, ma gli interessi privati la usarono per spremerle le masse ed estrarne valore, invece che per elevarle. Fu a dir poco avvilente, anche perché quei problemi, ora così evidenti, erano sempre stati presenti. Mi avevano turlupinato. Da quel momento di smarrimento sono nate la ricerca e la sperimentazione alla base di questo di questo libro.
Guardandomi intorno, ho notato come il problema non fosse solo mio e di chi aveva intrapreso la carriera da content creator, ma di chiunque, per un motivo o per l'altro, aveva lasciato entrare nella sua vita le grandi piattaforme dei social media. Il meccanismo è sempre lo stesso, che tu sia un aspirante YouTuber, un genitore in una chat di gruppo di WhatsApp, un appassionato di gatti che guarda reel su Instagram, o anche solo una persona che usa Facebook per restare in contatto con un gruppo unito da un interesse specifico. Il gioco è sempre lo stesso: visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo. Anche chi decide di condividere qualche pezzetto della sua vita per il gusto di farlo, senza inseguire la fama o il profitto, subisce la stessa manipolazione dei content creator di professione. I like, i follow e i commenti fanno leva sui nostri recettori dopaminergici, così come tutto il sistema di somministrazione di video, reel e TikTok. Ogni swipe verso l'alto ci regala un nuovo video, un'altra microdose di neurotrasmettitori, lavorando sugli stessi meccanismi delle tossicodipendenze.</p>
<p>Tra l'altro, ed è la cosa più grave, le piattaforme social hanno permeato così tanto le nostre vite da essere diventate il principale canale con il quale ci informiamo sul mondo. Il mondo fittizio che la selezione algoritmica ci presenta come &quot;verità&quot; diventa la base di partenza dei nostri ragionamenti e ci impedisce di ragionare lucidamente sulle strutture di potere in cui siamo inseriti. Ci lasciamo guidare da un'allucinazione, come osserva con grande lucidità Ippolita:</p>
<blockquote>
<p>Nella letteratura dickiana, infatti, il simulacro rappresenta tanto l'androide (simulacro dell'essere umano per lo scrittore californiano) quanto l'intera realtà condivisa. Ma cosa c'entra questo con la nostra esperienza online? C'entra, perché tra filter bubble, fake news, meme, post-verità e procedure gamificate per molti diventa sempre più difficile separare ciò che è soggettivo da ciò che è oggettivo. La realtà dall'allucinazione, appunto. A maggior ragione in un tempo come quello odierno, nel quale la vita online e quella offline tendono a compenetrarsi nella dimensione chiamata, significativamente, on-life. [Ippolita, Hacking del sé, 2024]</p>
</blockquote>
<p>Realizzai che il problema che avevo vissuto sulla mia pelle con tanta intensità era diffuso capillarmente nella nostra società, con mille volti diversi. Siamo materie prime. Siamo cose. E come potremo innescare del cambiamento se i nostri sfruttatori digitali si sono impossessati persino della nostra immaginazione? La fortezza delle piattaforme mi è parsa il primo obiettivo strategico da riconquistare, se vogliamo aver voce in capitolo sulla direzione che prenderà il futuro. Sì, ma come?  Provando ad analizzare il problema, non ho trovato altro che domande, in un primo momento.</p>
<p>Davvero non c'è modo di condividere le nostre passioni senza regalarle al capitalismo? Le grandi piattaforme dei social media, da Instagram a YouTube, sono veramente obbligatorie per chiunque abbia un progetto da comunicare? È possibile sfruttarle senza farsi sfruttare? Quanti dei mali che ci vengono spacciati come necessari lo sono realmente? È possibile creare consapevolezza collettiva sui meccanismi predatori delle app che abbiamo lasciato entrare nelle nostre vite? Posso ritrovare il piacere della mia creatività senza rinunciare alla possibilità di trovare un pubblico? C'è modo di mettere le tecnologie attuali al servizio del popolo, invece che degli interessi privati? Possiamo brandire il loro potenziale sovversivo? Possiamo rimettere in discussione ciò che diamo ai vassalli del feudalesimo digitale, e soprattutto ciò che riceviamo in cambio? Domande, domande, domande. In cerca di risposte, ho iniziato a tramare il mio assalto alle piattaforme. Ho avviato un nuovo progetto, Tele Kenobit, con l'obiettivo di fare le stesse cose di sempre, ma in un ambiente autogestito, senza pubblicità, basato sul software libero. Ho deciso di esplorare le alternative tecnologiche e sociali, provandole su me stesso, per verificarne l'efficacia e l'effettivo potenziale, con l'obiettivo ultimo di documentarle e diffonderle, perché questa battaglia, come tutte, non potrà essere che collettiva. All'inizio dell'avventura pubblicai un post su un neonato blog indipendente, intenzionalmente fuori da Instagram, Facebook, X e TikTok.</p>
<blockquote>
<p>Ciao! Mi chiamo Kenobit e sono stanco del content. E forse anche il content è stanco, a ben pensarci. Sono dieci anni che faccio il &quot;content creator&quot;, tra Twitch, YouTube e un altro paio di piattaforme ormai defunte. Insieme ai miei soci ho prodotto migliaia di ore di trasmissioni in diretta sui temi che mi appassionano: i videogiochi, la musica, la tecnologia, la politica.
Questo percorso mi ha dato grandi soddisfazioni, inutile negarlo. Mi ha fatto conoscere persone incredibili e ha gettato le basi di una comunità affiatata e solidale, che spesso, negli ultimi anni, mi ha fatto sentire meno solo. A scanso di equivoci e al netto delle critiche che sto per muovere, rifarei tutto. Detto questo, la vita da streamer si è rivelata anche una catena.
Le piattaforme commerciali che popoliamo, da Instagram a Twitch, si nutrono di &quot;content&quot;, ossia del contenuto che allestisce la vetrina, attira lo sguardo dei passanti e permette di vendere spazi pubblicitari. Per questo deve essere costantemente rinnovato, aggiornato, svecchiato. Chi vuole rimanere rilevante deve produrlo con costanza, possibilmente a intervalli regolari, cavalcando le onde dell'algoritmo per rimanere nelle sue grazie.
Il content è un severo maestro. Non ci sono vacanze, malattie, festività. La competizione è spietata, perché la guerra per le briciole di visibilità ci mette le une contro gli altri. Anche chi vince, sotto sotto, perde.
Ed è così che ciò che nasceva come svago diventa una fonte di ansia e stress. La produzione costante è logorante, anche perché l'accelerazione delle piattaforme fa sì che i ritmi siano sempre più intensi e serrati.
So di non essere solo, se dico di essere stanco. Questo sistema di produzione non è sostenibile, né per noi, né per la nostra creatività. Vedo una sproporzione immane tra ciò che diamo alle piattaforme e ciò che riceviamo in cambio. Sento che la frusta dell'iperproduttività sta limitando i nostri orizzonti, spingendoci a produrre contenuti effimeri invece che opere pensate per durare.
Penso che sia il momento di rimettere tutto in discussione e che farlo sia in primis una necessità politica. Le piattaforme commerciali sono contenitori e come tali plasmano i nostri contenuti. Il loro scopo è il profitto e questo le renderà sempre un terreno poco fertile, se non direttamente ostile, per qualsiasi idea osi mettere in dubbio lo status quo.
Dobbiamo davvero svendere le nostre passioni a colossi tossici come Amazon, Meta, Google e Microsoft? Siamo condannate a costruire i nostri progetti in spazi presi in prestito, che potrebbero venirci tolti da un giorno all'altro, magari perché abbiamo affrontato un tema &quot;divisivo&quot;?
Cosa succederebbe se smettessimo di regalare a delle aziende private la bellezza che creiamo e iniziassimo a metterla al servizio della collettività?
Sono convinto che ci stiano prendendo in giro. Ho un piano, un'idea sovversiva. Se ti piacerà, potrai farla tua. RIPRENDIAMOCI TUTTO.</p>
</blockquote>
<p>Riprendiamoci tutto, dunque. Cominciamo.</p>

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      <pubDate>Wed, 10 Dec 2025 10:33:32 +0100</pubDate>
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      <title>[La Settimana Sovversiva] &#34;Ne dimostri meno!&#34;</title>
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<body style="background-color: #f4e8bd;font-family: 'Helvetica Neue', 'Segoe UI', Helvetica, sans-serif;font-size: 15px;line-height: 26px;margin: 0;color: #444;">
    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/c31c96ab-c80b-4657-8fce-a900e9288d9b/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p>Mi capita spesso che mi dicano che sembro più giovane di quanto non sia. “Te li porti bene!” “Ne dimostri di meno!” So benissimo che vuole essere un complimento, fatto da una persona animata dalle migliori intenzioni nei miei confronti. Sulla carta è una cosa gentilissima da dire e la ricevo come tale. Apprezzo l’intento, non mi offendo e incasso il piccolo ego boost. Ho 43 anni, uno dei momenti in cui inizi a riflettere seriamente sul concetto di vecchiaia. Sentirmi inserito nella squadra dei giovani, inutile negarlo, mi fa piacere. È come se rinviasse l'urgenza di certi pensieri sulla vita, l'esistenza, l'universo e tutto il resto. È un tasto snooze.</p>
<p>Forse è per questo che i complimenti sull'età mi sembrano una trappola. In superficie ti solleticano la vanità, ma sotto sotto ti lanciano addosso un messaggio ben preciso: non tanto che la giovinezza sia bella, ma che l'invecchiamento sia una cosa poco desiderabile. Come mai? Ogni volta che ne ricevo uno inizio a farmi un sacco di domande. Cosa succederà quando non me lo diranno più? Del resto, col passare del tempo, complice quella spolverata di bianco nella barba, gli episodi si stanno diradando. Sembrare giovane mi rende più appetibile? Più efficace? Proietta un'immagine di successo? E allora cosa succederà quando, inevitabilmente, ogni apparenza di gioventù avrà lasciato il mio corpo? Varrò di meno? Mi sembrano dei complimenti a orologeria, destinati a scoppiare il giorno in cui le rughe sul viso saranno più evidenti.</p>
<p>Se essere giovani è bello e invecchiare è brutto, mi sembra che ci stiano fregando per l'ennesima volta. Tutte invecchiamo, inesorabilmente, e il messaggio subliminale è che con gli anni perdiamo valore. Certo, avere vent'anni è stato divertentissimo, ma non lo rifarei. Mi piace la mia barba sale e pepe e questo gioco dell'accumulare esperienze e consapevolezze mi dà grande piacere. Perché devo avvelenarmi l'inevitabile esperienza dell'invecchiamento? Non posso rivendicare il piacere della crescita e dell'evoluzione? E anche se il cambiamento volesse dire essere meno scattante e prestante fisicamente, perché devo volermi male? Varrò di meno perché non sarò più in grado di saltare uno steccato? Sento un poderoso &quot;no&quot; che mi si agita nelle budella.</p>
<p>Non posso non pensare anche a uno dei vari privilegi che mi garantisce il mio status di maschio bianco cis: sin da bambino ho sentito quella fregnaccia patriarcale per la quale gli uomini, con l'età, diventano &quot;più affascinanti&quot;. Le donne, invece, iniziano a invecchiare molto prima, o meglio vengono costrette da subito a misurarsi con il numero anagrafico. Penso sempre a <em>How I met your mother</em> (che vi sconsiglio di tutto cuore), dove il playboy interpretato da Neil Patrick Harris parla con orrore delle donne che compiono 30 anni, come se varcassero una soglia che sancisce la fine della loro appettibilità. Che tristezza cosmica, e che grandissima stronzata.</p>
<p>Siamo sotto le feste, e come sempre Instagram inizia a fare leva sulle nostre debolezze, per spremere tutto il nostro potenziale di target pubblicitari. Quest'anno mi propone fitness, con il messaggio specifico di come sembrare più giovane e suscitare invidia tra i parenti. E non solo! Sedicenti guru della seduzione vorrebbero vendermi corsi per attrarre ragazze più giovani. Certo, perché se una donna perde valore con gli anni, allora il mio valore di uomo aumenta se ho rapporti con più giovani possibili. Poco importa se ne hanno venti in meno di me e se si innescano rapporti di potere iniqui e/o manipolatori. Brrrr. È un meccanismo tossico. A volte penso che la nostra incapacità di confrontarci con l'invecchiare generi mostri. Non serve rievocare il fantasma di Berlusconi per capire che considerare le donne come merce destinata ad andare a male sia uno dei problemi centrali del patriarcato. C'è anche una questione squisistamente politica e di classe, perché chi fa mestieri logoranti invecchia più rapidamente, e anche perché ogni passo verso la vecchiaia ci allontana dalla vetta della nostra produttività. A un certo punto smettiamo di essere in grado di produrre, e per il capitalismo diventiamo solo una zavorra. Il culto della giovinezza a tutti i costi ci disumanizza.</p>
<p>Non siamo oggetti statici, siamo esseri che si evolvono e cambiano forma, perdono alcune abilità e ne acquistano altre. Mi sembra così triste rinnegare questo dono e incaponirsi su una battaglia che non possiamo vincere. Chiaro, nei limiti del possibile cerco di tenermi in forma, non per fare finta di avere qualche anno in meno, ma per potermi godere la vita il più possibile. È una questione di salute, non di ego. Voglio avere esattamente gli anni che ho. E, considerando che non ci sono alternative, accettarlo mi sembra una via verso la felicità. O, meglio, non accettarlo mi sembra una ricetta per lo sconforto permanente.</p>
<p>Rivendichiamo la potenza delle nostre età e rimettiamo in discussione il nostro concetto di valore!</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
<em>Kenobit</em></p>
<h3 id="libro-in-stampa">LIBRO IN STAMPA</h3>
<p>Il mio nuovo libro, &quot;Assalto alle piattaforme&quot;, è in stampa. Uscirà in libreria in gennaio, ma sarà acquistabile online già da dicembre. Appena sarà disponibile, ve lo segnalerò qui. Nel frattempo, ho iniziato a registrare la versione audiolibro, che sarà gratuita e pubblicata a puntate su podcast.kenobit.it, la mia istanza Castopod. Mi piace molto l'idea, anche se non sono uno speaker professionista, perché così il libro sarà accessibile anche a chi, per qualsiasi motivo, non ha modo/tempo di leggere. Vi linkerò tutto qua, quando sarà pronto.</p>
<h3 id="appuntamenti-in-arrivo">APPUNTAMENTI IN ARRIVO</h3>
<p>6+7 dicembre - <strong>Pisa</strong> - Sarò al rifugio per animali Ippoasi, il 6 con un concerto di Game Boy e il 7 con una performance ambient. Tutto a benefit della struttura!</p>
<p>11 dicembre - <strong>Gaeta</strong> - Suonerò i miei Game Boy alla Casamatta. Non vedo l'ora, non sono mai stato a Gaeta!</p>
<p>12 dicembre - <strong>Cosenza</strong> - Presto più info</p>
<p>13 dicembre - <strong>Reggio Calabria</strong> - L'ultimo concerto dell'anno! Sarò all'Interzone con i miei Game Boy.</p>
<p><em>Buona Settimana Sovversiva!</em></p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
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    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
        <p>
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            <a href="https://settimana.kenobit.it/subscription/c31c96ab-c80b-4657-8fce-a900e9288d9b/" style="color: #888;">Cancella iscrizione</a>
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    </div>
    <div class="gutter" style="padding: 30px;">&nbsp;<img src="https://settimana.kenobit.it/campaign/c31c96ab-c80b-4657-8fce-a900e9288d9b/00000000-0000-0000-0000-000000000000/px.png" alt="" /></div>
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      <pubDate>Sun, 30 Nov 2025 17:13:18 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] Non sono un doomer</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/1015575c-b9b4-4d24-a5fc-69276855c5bc</link>
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<body style="background-color: #f4e8bd;font-family: 'Helvetica Neue', 'Segoe UI', Helvetica, sans-serif;font-size: 15px;line-height: 26px;margin: 0;color: #444;">
    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/1015575c-b9b4-4d24-a5fc-69276855c5bc/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p><em>Ciao! Prima di cominciare, vi segnalo con immensa gioia che lo Scanlendario di quest'anno è venuto benissimo ed è disponibile per l'acquisto. Lo trovate <a href="https://kenobitshop.bigcartel.com/product/scanlendario-2026">qui</a>! È un calendario che mette l'amore per i videogiochi al servizio del mutuo soccorso, organizzato dal basso, no profit. Da ormai sei anni lo facciamo con tanto amore, donando il 100% dei proventi a progetti solidali in Italia e nel mondo. Quest'anno abbiamo deciso di devolvere tutto al progetto <a href="https://www.acs-ong.it/gazaweb/">&quot;Gli alberi della rete&quot;</a> di Gazaweb e ACS Italia. Vi invito a scoprirlo visitando il sito, ma è un'iniziativa concreta che lavora per ripristinare la connettività a internet nella Striscia di Gaza, con la creazione di hotspot basati su eSIM. Ci tengo moltissimo, perché il momento più terrificante di questo 2025 è stato quando le infrastrutture delle telecomunicazioni sono state bombardate e per quasi due settimane abbiamo perso ogni contatto con i nostri amici in Palestina. Fate girare la voce! &lt;3</em></p>
<p>Occupandomi di tecnologia, negli ultimi mesi ho pubblicato post e analisi così tetre che in confronto i Joy Division sembrano un gruppo ska. Le big tech come Microsoft, Amazon, OpenAI e Meta sono pappa e ciccia con un esercito genocida, il grande inganno dell'IA lascia a casa migliaia di lavoratori sotto Natale, proposte come Chat Control mettono a rischio il nostro diritto alla riservatezza e le piattaforme dominanti del capitalismo digitale sono sempre più tossiche. È un mondo difficile, non ci piove. Detto questo, per quanto sia importante non mettere la testa sotto la sabbia, non vorrei mai passare per un cosiddetto &quot;doomer&quot;.</p>
<p>Da Wikipedia: i doomer sono persone estremamente pessimiste o fataliste riguardo a problemi globali come la sovrappopolazione, i carburanti fossili, il cambiamento climatico, il collasso ecologico, l'inquinamento, le armi nucleari e l'intelligenza artificiale.</p>
<p>Il termine si è affermato online per definire chi si è arreso all'inevitabilità della apocalisse, dell'estinzione, e appunto del concetto di &quot;doom&quot; in inglese. Lo dico e lo ripeto: non sono un doomer, anzi. Sono un ottimista, un po' per spirito, un po' per necessità. Da un lato non mi voglio arrendere, anche perché la narrazione per la quale tutto è perduto è uno strumento di chi ha l'interesse a mantenere l'attuale status quo. Dall'altro, al netto di tutte le brutture del mondo, vedo tantissime cose belle, che mi fanno credere che ce la faremo, e che lottare non è un sacrificio, ma una gioia, una scelta vitale.</p>
<p>Quindi, per dare una svolta battagliera a questa settimana grigia e piovosa (sono meteoropatico, se lo siete anche voi vi mando un abbraccino), vi racconto un po' delle cose che mi tengono alta la vita. Tanto per cominciare, vedo un fiorire di consapevolezze e un sincero fermento sociale. Cinque anni fa, quando parlavo di libertà digitale, incontravo una grande resistenza. Anzi, ancora peggio: una grande indifferenza. Ora, forse perché la situazione sui social è peggiorata così tanto che le storture sono evidenti a chiunque, vedo grande curiosità. Sempre più persone stanno decidendo di riprendere in mano la loro vita digitale, soprattutto nelle nuove generazioni. La consapevolezza è contagiosa e le iniziative per diffonderla si stanno moltiplicando. A proposito, il 26 e il 27 sarò all'aula occupata della Sapienza per due giorni di workshop sulle pratiche di tutela della privacy digitale!</p>
<p>Le mura della fortezza delle piattaforme sono piene di crepe e c'è chi fabbrica martelli senza sosta, per poi regalarli a chiunque avrà il piacere di usarli. Il mondo del software libero produce e mantiene strumenti capaci non solo di spezzare le nostre catene, ma anche di depotenziare colossi come Meta e Microsoft. Abbiamo il Fediverso, una rete di social autonomi, senza pubblicità, senza furti di dati, senza padroni, dove chiunque può trovare una dimensione online più rilassante e arricchente, ma non solo. Il software libero ci mette a disposizione una cassetta di attrezzi con la quale possiamo immaginare un mondo online radicalmente diverso, basato sulla cooperazione invece che sulla competizione. Questa newsletter, per esempio, vi arriva grazie a Listmonk, che mi permette di fare tutto quello che farei con servizi commerciali come Mailchimp, ma gratis e senza obbligarvi a cedere i vostri dati a un'azienda privata. Abbiamo una miriade di mezzi, sviluppati dal basso, che nessuno mai potrà toglierci, con i quali possiamo fare cose che anche solo vent'anni fa sarebbero state impensabili. Nel mentre, è sempre più evidente come i colossi che ci sembrano inamovibili si fondino su premesse insostenibili, anche per qualcosa di irrazionale come il capitalismo. Banalmente, la bolla dell'IA potrebbe scoppiare, prossimamente. Ci raccontano che è il futuro, perché se smettiamo di crederci il loro castello di carte crolla. Il futuro ci riserverà grandi occasioni per cambiare tante cose, ne sono convinto.</p>
<p>Insomma, non sono un doomer, e spero che non lo siate anche voi. Siamo molto più pericolose, quando non ci arrendiamo. E in ogni caso, la lotta mi pare molto più invitante dell'apatia.</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
<em>Kenobit</em></p>
<h3 id="appuntamenti-in-arrivo">APPUNTAMENTI IN ARRIVO</h3>
<p>19 novembre - <strong>Milano</strong> - Suonerò per una serata di IGDA in compagnia della mia amica Chipzel. Chiedetemi pure più info in privato.</p>
<p>22 novembre - <strong>Massa Carrara</strong> - Torno ai Baccanali, un posto del cuore. Non vedo l'ora.</p>
<p>29 novembre - <strong>Milano</strong> - Cascina Occupata Torchiera compie 33 anni e io suonerò il mio Game Boy per festeggiarla.</p>
<p>30 novembre - <strong>Milano</strong> - Doppietta! Suonerò al CIQ di spalla ai Cul Zag, di ritorno da un tour.</p>
<p>6+7 dicembre - <strong>Pisa</strong> - Sarò al rifugio per animali Ippoasi, il 6 con un concerto di Game Boy e il 7 con una performance ambient. Tutto a benefit della struttura!</p>
<p>11 dicembre - <strong>Gaeta</strong> - Suonerò i miei Game Boy alla Casamatta. Non vedo l'ora, non sono mai stato a Gaeta!</p>
<p>12 dicembre - <strong>Cosenza</strong> - Presto più info</p>
<p>13 dicembre - <strong>Reggio Calabria</strong> - L'ultimo concerto dell'anno! Sarò all'Interzone con i miei Game Boy.</p>
<p><em>Buona Settimana Sovversiva!</em></p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
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      <pubDate>Mon, 17 Nov 2025 12:52:37 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] L&#39;IA sta uccidendo i lavori, ma perché? Come non farci prendere in giro dai tech bro</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/caa47929-d7d4-4485-aa4b-3e1be07d7cb8</link>
      <description></description>
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        <title>[La Settimana Sovversiva] L&#39;IA sta uccidendo i lavori, ma perché? Come non farci prendere in giro dai tech bro</title>
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    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/caa47929-d7d4-4485-aa4b-3e1be07d7cb8/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p><em>Ciao! La Settimana Sovversiva è stata un po' silenziosa, in questo periodo, tra gli impegni dei concerti e gli ultimi ritocchi al mio libro, Assalto alle Piattaforme. Posso finalmente dire che uscirà prima di Natale e che sono molto felice di come è venuto. Quando sarà il momento, vi dirò tutto. Oggi torno da voi con un tema che mi sta particolarmente a cuore: la grande bugia dell'IA.</em></p>
<p><em>Ultimamente, in un post su <a href="https://www.instagram.com/p/DPvfoK-iOXh/?igsh=aXR5MDk4cGducHJt">Instagram</a>, ho parlato del mio lavoro da traduttore di videogiochi e di come l'avvento dell'IA mi abbia costretto ad abbandonarlo. Ultimamente di IA si parla tanto, spesso a sproposito, cadendo nei tranelli di comunicazione tesi dalle aziende che la spacciano come unica direzione del progresso. Ci stanno prendendo in giro, questo è ovvio, ma mi manda fuori dai gangheri come con un abile gioco di specchi riescano a convincerci a puntare il dito contro il problema sbagliato. Ci stanno manipolando, o io ODIO chi manipola. Per questo ho pensato di rispolverare le mie competenze da traduttore per proporvi una versione italiana di un articolo di Cory Doctorow, inventore del termine &quot;enshittification&quot;, nonché uno dei miei scrittori preferiti (e persona bellissima che si è persino prestata a una puntata del mio <a href="https://videoteca.kenobit.it/w/azRmQBCenVwjSRz9WCp8JS">Nuovo Baretto Utopia</a>).</em></p>
<p><em>La riflessione di Cory Doctorow parte da una notizia di questi giorni, quella del licenziamento di 30.000 dipendenti Amazon, che verranno sostituiti dall'IA. È un annuncio che sembra fatto apposta per farci indignare, che ci suggerisce una precisa chiave di lettura: &quot;le IA sono fortissime e ci stanno già rubando il lavoro&quot;. Il progresso è arrivato, il mondo è cambiato, adattatevi o perite. Farebbe già incazzare così, ed è più che legittimo scandalizzarsi all'idea di 30.000 famiglie che si trovano senza lavoro alla soglia di Natale. Ma la storia vera è diversa. È la storia di una grande truffa, che dobbiamo capire per indignarci senza farci prendere in giro, per capire dove puntare il dito, per decidere in maniera informata come vivere la parte digitale delle nostre vite. Dietro all'IA c'è una tecnologia complicata, quindi è facile intortare chi non ne conosce i dettagli. Istruirci e capire è un atto sovversivo.</em></p>
<p><em>Vi lascio alle parole di Cory Doctorow, pubblicate in origine sul suo sito, <a href="https://pluralistic.net/2025/10/29/worker-frightening-machines/#robots-stole-your-jerb-kinda">Pluralistic</a>. Vi invito a consultare anche l'originale, dove troverete una serie di link di approfondimento. La cosa stupenda è che l'originale è pubblicato con una licenza Creative Commons, che mi permette di tradurre e ripubblicarlo gratuitamente. Se vi va, premiate la sua generosità comprando uno dei suoi libri: Enshittification è appena uscito ed è una bomba. Il sapere vuole essere libero e la sua diffusione può essere uno sforzo collettivo. Vi lascio all'articolo! In fondo alla mail, come sempre, troverete anche i miei appuntamenti di novembre.</em></p>
<hr />
<p>Amazon ha incassato 35 miliardi di dollari di profitti, l’anno passato, quindi ha deciso di festeggiare licenziando 14.000 lavoratori (cifra che arriverà a 30.000, stando alle dichiarazioni dell’azienda). È esattamente il tipo di storia che manda Wall Street in brodo di giuggiole, e questi licenziamenti arrivano dopo una serie di proclami del CEO di Amazon, Andy Jassy, su come l’IA gli avrebbe permesso di licenziare una marea di lavoratori.</p>
<p>È la storia dell’IA, in fondo. L’obiettivo non è rendere i lavoratori più creativi o produttivi. L'unico modo per recuperare i 700 miliardi di dollari di capitale investito finora (per non parlare dei ulteriori investimenti promessi con una certa fantasia delle aziende dell'IA) è lasciare a casa lavoratori – un sacco di lavoratori. Bain &amp; Co afferma che il settore dovrebbe ricavare 2 triliardi di dollari entro il 2030, per andare in pari, ossia più di quanto ricavano Amazon, Google, Microsoft, Apple, Nvidia e Meta messi insieme.</p>
<p>Ogni investitore che ha contribuito a quei 700 miliardi di capitale investito conta sul fatto che i dirigenti dei business di tutto il mondo inizino a licenziare tantissimi lavoratori per sostituirli con l'IA. Amazon, di suo, conta sul fatto inizino a comprare in massa i suoi servizi IA, dopo i suddetti licenziamenti. L'azienda ha speso 120 miliardi di dollari in IA solo quest'anno.</p>
<p>C'è solo un piccolo problema: l'IA non è in grado di fare i nostri lavori. Certo, un venditore di IA può convincere il tuo capo a licenziarti per sostituirti con un'IA che non è realmente capace di fare il tuo lavoro, ma è fin troppo facile. Il tuo capo ha un eterno durello all'idea di licenziarti.</p>
<p>Detto questo, ci sono un sacco di acquirenti insoddisfatti. Il 95% degli impieghi dell'IA non ha prodotto rientri di capitale, o ha direttamente perso soldi.
L'IA &quot;non influenza in maniera significativa i ricavi dei lavoratori, le ore di lavoro e i salari&quot;, stando <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=5219933">questo studio</a>.</p>
<p>Cosa può fare Amazon? Come può convincerti a comprare abbastanza IA da giustificare quell'investimento di capitale da 180 miliardi di dollari? In qualche modo, deve convincerti che un'IA può svolgere il lavoro dei tuoi dipendenti. Un modo per vendere l'idea è licenziare una marea di lavoratori di Amazon, per poi annunciare che sono stati sostituiti da un chatbot. Non è una strategia di produzione, è una strategia di marketing. Amazon sta intenzionalmente riducendo la sua efficienza, licenziando i suoi lavoratori nel disperato tentativo di convincerti che anche tu puoi licenziare i tuoi.</p>
<p>Amazon usa effettivamente un sacco di IA nella sua catena produttiva. L'IA è la &quot;frusta digitale&quot; che Amazon usa per controllare i fattorini che lavorano (nominalmente) per i subappaltatori. Permette ad Amazon di obbligare i lavoratori ad adottare pratiche non sicure, che mettono in pericolo loro e le persone con cui condividono le strade, scaricando la responsabilità sugli operatori dei &quot;servizi di consegna indipendenti&quot; e dei fattorini stessi.</p>
<p>La dirigenza di Amazon ha annunciato che l'IA ha sostituito anche i suoi programmatori, o lo farà presto. Peccato che i chatbot non siano in grado di fare i software engineer. Certo, sono in grado di scrivere del codice, ma farlo è solo una piccola parte del mestiere. Un ingegnere deve mantenere una finestra di contesto ampia e profonda, che tiene conto di come ogni parte del codice interagisce con il software che gira prima e dopo la sua esecuzione, e con i sistemi che la alimentano e accettano il suo output.</p>
<p>C'è un campo in cui l'IA fatica più che in ogni altro: il mantenimento del contesto. Ogni incremento lineare di contesto che chiedi a un'IA causa un aumento esponenziale del carico computazionale. L'IA non ha la permanenza degli oggetti. Non sa dov'è stata e non sa dove sta andando. Non si ricorda quante dita ha disegnato, quindi non sa quando fermarsi. È in grado di scrivere una routine, ma non di progettare e mantenere un sistema.</p>
<p>Quando i capi delle aziende tecnologiche sognano di licenziare i programmatori per sostituirli con l'IA, vorrebbero liberarsi di quelli più pagati, consci del loro valore, per poi trasformare le nuove leve, più insicure e inesperte, in babysitter dell'IA, il cui lavoro è valutare il codice e integrarlo a una velocità che nessuno può raggiungere, men che meno un programmatore junior, se vuole fare un lavoro preciso e competente.</p>
<p>I lavori che possono realmente essere sostituiti dall'IA sono quelli che le aziende hanno già accettato di svolgere male. Se hai affidato la tua assistenza clienti a un call-center dall'altra parte del mondo, dove i lavoratori non hanno le risorse per risolvere i problemi dei tuoi clienti, perché non licenziarli direttamente e sostituirli con dei chatbot? Anche i chatbot non possono risolvere i problemi, e sono decisamente più economici degli impiegati dei call-center.</p>
<p>Andy Jassy, CEO di Amazon, ha scritto che è &quot;convinto&quot; che licenziare i lavoratori renderà l'azienda &quot;pronta all'IA&quot;, ma non è chiaro cosa intenda. Vuole forse dire che i licenziamenti di massa faranno risparmiare soldi senza intaccare la qualità, o che i licenziamenti di massa aiuteranno Amazon a recuperare i 180.000.000.000 di dollari che ha speso quest'anno in IA?
I capi desiderano intensamente che l'IA funzioni, perché hanno una voglia matta di licenziarti. Come scrive <a href="https://www.cnn.com/2025/10/28/business/what-amazons-mass-layoffs-are-really-about">Allison Morrow sulla CNN</a>, i capi stanno licenziando i lavoratori nell'attesa dei risparmi che garantirà l'IA... prima o poi.</p>
<p>Sembra tutto così improbabile. Vogliamo credere che i capi sarebbero disposti a licenziare i lavoratori, con la promessa futura di poterli sostituire con l'IA, ritrovandosi con grandi spese in IA e ricavi in declino a causa dell'assenza dei suddetti lavoratori?</p>
<p>La risposta è un tonante sì. L'industria dell'IA ha svolto un lavoro così brillante nel convincere i capi che l'IA può sostituire i loro lavoratori, che quando l'IA non funziona come previsto i capi pensano di essere loro ad aver sbagliato qualcosa. Questa è una dinamica tipica delle truffe.</p>
<p>Una persona che si trova invischiata in uno schema piramidale pensa di essere l'unica che non riesce a vendere la &quot;merce&quot; che acquista ogni mese di tasca sua, e che nessun altro ha il garage pieno di leggings e oli essenziali invenduti. Non sa che, con buona approssimazione, l'industria del Multi Level Marketing non vende quasi niente, e si basa interamente su &quot;imprenditori&quot; che mentono a loro stessi e ai loro simili su quanto le merci siano richieste, acquistando prodotti che nessuno vuole. <em>(Cory Doctorow qui si riferisce al fenomeno del Multi Level Marketing, diffusissimo negli Stati Uniti, ma meno in Italia. L'esempio più noto, nello stivale, è quello di Herbalife, ndK)</em></p>
<p>L'industria del MLM non solo si appoggia a questo inganno, ma lo capitalizza, vendendo agli &quot;imprenditori&quot; che si autoflagellano per i loro fallimenti costosi corsi di addestramento, che promettono di aiutarli a superare tutti quei difetti che gli impediscono di vendere bene come gli altri bugiardi disperati che millantano grandi successi economici.</p>
<p>L'industria dell'IA ha la sua versione di questi corsi di addestramento. È nata un'industria secondaria di consulenze e scuole di business, che offrono a caro prezzo una &quot;formazione continua&quot; ai capi che credono che l'unico motivo per cui l'IA che hanno acquistato non genera i risparmi sperati è che non la sanno usare bene.</p>
<p>Amazon ha davvero bisogno che l'IA funzioni. Settimana scorsa, Ed Zitron ha pubblicato un'analisi approfondita di un leak di documenti relativi a quanto guadagna Amazon dalle aziende IA che comprano i suoi servizi cloud. La conclusione? Senza l'IA, la <a href="https://www.wheresyoured.at/costs/">divisione cloud di Amazon è in vertiginoso declino</a>. <em>(Cory Doctorow sta parlando di AWS, Amazon Web Services, uno dei settori più strategici dell'azienda. È lo stesso legato al Project Nimbus, l'accordo miliardario con cui Amazon ha messo i suoi server al servizio del massacro di innocenti a Gaza, ndK)</em></p>
<p>Come se non bastasse, i clienti di lusso del settore IA, come Anthropic <em>(l'azienda responsabile del chatbot Claude, ndK)</em>, perdono decine di miliardi di dollari all'anno e sopravvivono grazie agli investitori che continuano ad allungargli soldi che finiranno nell'inceneritore. Amazon ha bisogno che i capi si convincano di poter licenziare i lavoratori per sostituirli con l'IA, perché così gli investitori continueranno a dare ad Anthropic i soldi che ha bisogno per non far finire Amazon in rosso.</p>
<p>Il licenziamento di 30.000 lavoratori di Amazon poco prima di Natale è una grande pietra miliare dell'enshittification. Gli Stati Uniti si sono ripresi dalla scorsa crisi in modo non uniforme, e questo implica che la quasi totalità dei consumi provenga dalle famiglie più abbienti, e le famiglie abbienti sono in grandissima parte abbonate a Prime. Le famiglie abbonate a Prime non confrontano i prezzi, prima di fare acquisti. Del resto hanno già pagato un anno di consegne in anticipo. Sono famiglie in cui ogni atto di shopping inizia e finisce sull'app di Amazon.</p>
<p>Se Amazon licenzia 30.000 lavoratori, peggiorando il funzionamento della sua rete logistica e del suo e-commerce, se lascia che proliferino lo spam e le recensioni fraudolente, se non consegna entro le date promesse e si incasina con i resi, sarà un problema nostro, non di Amazon. In un mondo del commercio dove le sue politiche predatorie, le acquisizioni seriali e le pratiche monopoliste ci hanno lasciato con poche alternative, Amazon può realmente definirsi <a href="https://www.theguardian.com/technology/2025/oct/05/way-past-its-prime-how-did-amazon-get-so-rubbish">&quot;troppo grande per preoccuparsene&quot;</a>.</p>
<p>Da questa posizione invidiabile, Amazon può permettersi di enshittificare i suoi servizi per vendere la grande bugia dell'IA. Uccidere 30.000 posti di lavoro è un piccolo prezzo da pagare, se permette di guadagnare ancora qualche mese e ritardare l'arrivo del giorno del giudizio sulle spese folli dell'IA, se permette di mantenere la grande truffa dell'IA in vita ancora per un po'.</p>
<hr />
<p>Grazie Cory, ti voglio bene. Che la vostra rabbia contro il capitalismo possa essere precisa come un laser. &lt;3<br />
<em>Kenobit</em></p>
<h3 id="appuntamenti-in-arrivo">APPUNTAMENTI IN ARRIVO</h3>
<p>7 novembre - <strong>Bologna</strong> - Ci vediamo all'Hack or Die!</p>
<p>8 novembre - <strong>Pordenone</strong> - Sarò ospite al Climax Festival, con un talk e una suonata.</p>
<p>14 novembre - <strong>Torino</strong> - Quest'anno finalmente riesco a partecipare al Torino Freak Film Festival.</p>
<p>19 novembre - <strong>Milano</strong> - Suonerò per una serata di IGDA in compagnia della mia amica Chipzel. Chiedetemi pure più info in privato.</p>
<p>22 novembre - <strong>Massa Carrara</strong> - Torno ai Baccanali, un posto del cuore. Non vedo l'ora.</p>
<p>29 novembre - <strong>Milano</strong> - Cascina Occupata Torchiera compie 33 anni e io suonerò il mio Game Boy per festeggiarla.</p>
<p><em>Buona Settimana Sovversiva!</em></p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
        <p>
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    </div>
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</html>
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      <pubDate>Fri, 31 Oct 2025 10:45:30 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] Le salamandre non sono content</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/99859ff5-d44b-4368-8de9-8238dbc42a99</link>
      <description></description>
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        <title>[La Settimana Sovversiva] Le salamandre non sono content</title>
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    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/99859ff5-d44b-4368-8de9-8238dbc42a99/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
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        <p>Questo fine settimana sono andato a camminare nel bosco. Per me è un’abitudine relativamente recente, essendo nato ragazzo di città, ma più passano gli anni più ne sento il bisogno. C’è qualcosa, nel contatto con la natura, che mi fa rimettere le cose in prospettiva e mi fa stare bene. Gli alberi non sono a scopo di lucro e la bellezza della natura non richiede un abbonamento mensile. In un mondo dove tutto ha un prezzo, la gratuità della meraviglia mi pare ancora più miracolosa.</p>
<p>A un certo punto ho incontrato due salamandre. Nere, con le macchie gialle, lucide, lente, bellissime. Non ne avevo mai vista una nel mondo reale. Anni di social network hanno fatto riaffiorare un vecchio istinto: “Scatta mille foto! Sembrano dei Pokémon, ne uscirà sicuramente un bellissimo post. E poi lo sai che quello che non viene postato non esiste, no?” Fino a qualche anno fa, mi duole dirlo, ragionavo così. Avevo lo smartphone sempre in mano, sia per quella FOMO che vorrebbe farti immortalare tutto, sia perché la mia vita online aveva tragicamente invaso quella offline. Non mi rendevo conto che, tirando il rettangolo nero fuori dalla tasca, stavo interrompendo lo stesso momento che volevo preservare, diluendone il significato. Quante cose ho visto attraverso l’interfaccia della fotocamera di Android? E tutto per cosa? Per fare un post sui social, che mi sarebbe valso una manciata di like e qualche commento. Era senza dubbio una forma di vanità, ma anche una costante ricerca di content, perché le piattaforme erano riuscite a inculcarmi il bisogno costante di produrre, anche nei momenti di ozio. Anni fa non mi sarei limitato a fare mille foto alle salamandre, anzi. Avrei visto nella bellezza del bosco un’occasione per un reportage silvestre, col quale avrei confezionato un post acchiappalike. Rabbrividisco, ripensandoci.</p>
<p>Più passano gli anni, più realizzo quanto siano importanti gli spazi di non produttività, i momenti in cui non generiamo valore e ci limitiamo a esistere. Non è un caso che i meccanismi del capitalismo digitale facciano di tutto per eroderli. Se i guadagni devono crescere all’infinito, le risorse (che poi siamo noi) vanno spremute sempre di più, per estrarre ogni singola goccia di monetizzabilità. Penso sempre al sonno, la frontiera suprema dell’improduttività, e a come vendendoci gadget scintillanti i vampiri dei dati siano riusciti a colonizzare pure quello. Tu dormi, ma il tuo smartwatch raccoglie dati su quando ti sei coricato, sulla durata della tua fase REM e le statistiche dei tuoi risvegli. Le informazioni finiscono su un server lontano dove, sommate a quelle di milioni di altre vite, si trasformano preziosi database al servizio del consumismo. Mi sembra un sconfitta tremenda, a livello politico e spirituale.</p>
<p>Le salamandre non sono content.</p>
<p>Se le avessi pubblicate su Instagram le avrei sacrificate sull’altare di Mark Zuckerberg, arricchendolo di qualche spicciolo e distruggendo la bellezza di un momento non produttivo. Avrei impoverito la mia presenza a me stesso per arricchire un miliardario dall’altra parte del mondo. Ho deciso di girare un brevissimo video, per farle vedere alla figlia di un mio caro amico che impazzisce per gli animaletti, ma poi lo smartphone è tornato nel mio zaino, dove è restato per il resto della passeggiata. È stato un pomeriggio stupendo, dove ho incontrato tante altre salamandre e mi sono emozionato per la quantità di amanite muscarie che c’erano. Credo di aver ufficialmente trovato il villaggio dei Puffi! Se avessi avuto il capo chino sul telefono, forse, mi sarebbe sfuggito.</p>
<p>Visto che magari gli animaletti piacciono anche a voi, ho caricato il video sulla mia istanza PeerTube, con un link non pubblico. <a href="https://videoteca.kenobit.it/w/kkSyL4Lu5issJnRgGz7GS4">Eccolo!</a> Potete vederlo solo voi che mi leggete qui! Magari le salamandre ispireranno anche voi.</p>
<p>Vi auguro una settimana piena di momenti improduttivi.<br />
<em>Kenobit</em></p>
<h3 id="appuntamenti-in-arrivo">APPUNTAMENTI IN ARRIVO</h3>
<p>30 settembre - <strong>Online</strong> - Alle 21 sarò ospite del canale Percorsi Trasformativi su Instagram per parlare di degooglizzazione e del ruolo della tecnologia nel genocidio in corso.</p>
<p>7 ottobre - <strong>Milano</strong>, Area Zelig - Parteciperò a una serata dal titolo esilarante: &quot;Celebrità di internet, studiosi di internet, cosa sanno? Sanno cose? Scopriamolo insieme!&quot; Se volete vedermi fuori dal mio elemento, alle prese con la stand up, trovate <a href="https://www.eventbrite.it/e/biglietti-celebrita-di-internet-e-studiosi-di-meme-1711129818349?aff=oddtdtcreator">qui</a> i biglietti.</p>
<p>11 ottobre - <strong>Treviso</strong>, CSO Django - Ci sarà una Gita Warpa, una tappa informale di Zona Warpa, con giochi, talk e concerti. Io non sarò presente, ma se siete da quelle parti sarà una giornata speciale.</p>
<p>16 ottobre - <strong>Milano</strong>, VolumeBK - Parteciperò a una serata intitolata &quot;Politica dell'ascolto tra visibilità e indipendenza&quot;. Parleremo di Spotify, musica, piattaforme, alternative.</p>
<p>19 ottobre - <strong>Scano di Montiferro</strong>, Bookolica Festival - Sono felicissimo di fare una data in Sardegna! Parteciperò al festival con un talk su &quot;Liberare il mio smartphone per liberare me stesso&quot; e farò un concertino con il Game Boy.</p>
<p>25 ottobre - <strong>Prato</strong>, Linux Day - Nel ricordarvi che non c'è mai stato un momento migliore per mollare Windows, andrò a Prato per un intervento durante il Linux Day.</p>
<p>26 ottobre - <strong>Ancona</strong>, Cinematica Festival - Io e la crew di Zona Warpa parteciperemo al festival con una zona dedicata ai videogiochi ribelli.</p>
<p><em>Buona Settimana Sovversiva!</em></p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
        <p>
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            <a href="https://settimana.kenobit.it/subscription/99859ff5-d44b-4368-8de9-8238dbc42a99/" style="color: #888;">Cancella iscrizione</a>
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    </div>
    <div class="gutter" style="padding: 30px;">&nbsp;<img src="https://settimana.kenobit.it/campaign/99859ff5-d44b-4368-8de9-8238dbc42a99/00000000-0000-0000-0000-000000000000/px.png" alt="" /></div>
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      <pubDate>Mon, 29 Sep 2025 09:53:04 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] Non scattare quella foto</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/246a767e-5259-43f2-a04d-630242372266</link>
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        <title>[La Settimana Sovversiva] Non scattare quella foto</title>
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<body style="background-color: #f4e8bd;font-family: 'Helvetica Neue', 'Segoe UI', Helvetica, sans-serif;font-size: 15px;line-height: 26px;margin: 0;color: #444;">
    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/246a767e-5259-43f2-a04d-630242372266/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p>Da un paio d’anni, più o meno da quando è nata la Settimana Sovversiva, mi sono fatto una promessa: non regalerò la mia vita personale ai social commerciali. Ho ancora un account di Instagram, che uso per fare “propaganda” sui temi che mi stanno a cuore e per ricondividere le locandine degli eventi dove suono come Kenobit. Basta. Lì non pubblico nemmeno un pixel della mia vita personale, perché mi fa stare male l’idea che finisca nelle mani di Meta. Perché devo regalare qualcosa di intimo a un’azienda che lo userà per vendere paccottiglia e rinforzare la sua posizione di dominio? E per cosa? Avendo fatto il content creator ed essendo avvilito dalla sola esistenza del termine, mi sembra disumanizzante che la mia vita diventi content.</p>
<p>Il mio lato umano, non professionale e chiacchierone, lo riservo al Fediverso, dove non c’è pubblicità e l’unico obiettivo è stare insieme e socializzare. Lì non c’è lavoro, ma solo il piacere di condividere pensieri ed esperienze con persone affini. In quel contesto mi sento a mio agio a pubblicare tutto ciò che non voglio più dare a Instagram: una foto con amici, un cane che ho visto in giro, lo screenshot del videogioco che mi sta piacendo. Mi piace farlo, perché mentre un post su Instagram, anche senza pretese, si inserisce immediatamente nelle dinamiche numeriche e competitive della piattaforma, un toot su Mastodon è gloriosamente inutile. Non è lì per “farmare engagement”, ma solo per ispirare confronti e contatti umani, senza secondi fini. Mi fa stare bene.</p>
<p>(Se volete raggiungermi, potete farvi un account su <a href="www.livellosegreto.it">Livello Segreto</a> o scegliervi un’altra istanza su <a href="www.mastodon.help">mastodon.help</a>. Mi trovate come kenobit@livellosegreto.it)</p>
<p>Mi sto lentamente disintossicando da anni di uso intenso dei social, ma noto ancora gli strascichi che hanno lasciato sui miei pensieri. L’altro ieri ne ho avuto la dimostrazione.</p>
<p>Mi sono cucinato un <em>cundigiun</em>, una ricca insalata estiva tipica del ponente ligure. Anche se lo faccio a modo mio, senza carni o derivati animali, mi fa sempre ripensare alla nonna Enza, che ne andava ghiotta e lo preparava sempre. Avete presente quelle ricette che sanno di estate e spensieratezza? Ecco. Ero appena tornato dall’orto, con dei cuori di bue stupendi e una zucchina trombetta gigante, di quelle che rimangono nascoste tra le foglie e crescono a dismisura, fino a diventare vere e proprie zucche. Ne ho sbollentato un pezzo insieme a una patata e a qualche fagiolino, ho tagliato una cipolla rossa, i pomodori, ho aggiunto capperi, olive, basilico e ho condito con abbondante olio (l’ultima bottiglia di quello che ho fatto coi miei amici l’anno scorso, tra l’altro). Mi sono trovato davanti un piatto meraviglioso, di quelli che sembrano racchiudere tutto il senso della vita: i colori, il profumo, il nutrimento e persino l’affetto dei miei avi. Per essere una terrina piena di verdure a caso, mi è sembrata eccezionalmente bella. Al che ho avuto un istinto: “Prima di affondare la forchetta, devo assolutamente fare una foto e condividerla.”</p>
<p>Per fortuna l’appetito e la bella faccia del <em>cundigiun</em> mi hanno fatto mettere in dubbio questa vecchia abitudine. Perché devo interrompere questo momento di presenza nel mondo reale, di desiderio e appagamento dei sensi, per tirare fuori uno smartphone e scattare una foto? Sì, l’avrei pubblicata su Livello Segreto e non su Instagram, ma davvero la mia priorità è immortalare un’insalata? Ho pensato che quel <em>cundigiun</em> fosse molto speciale e che avrei voluto raccontarlo, per la vicinanza che mi fa sentire con la nonna e per la poesia di quei pomodori, ancora caldi di sole, ma ho realizzato che pubblicarne una foto su internet sarebbe stato un modo pessimo per farlo. Mi sarei privato della continuità di quel momento e ne avrei condiviso solo l’aspetto estetico. Facebook, Instagram e Twitter ci hanno insegnato che esiste solo ciò che fotografiamo e che il modo migliore per celebrare qualcosa è trasformarlo in una pillola di contenuto. Davanti al mio <em>cundigiun</em>, mi è sembrata improvvisamente una cosa mostruosa.</p>
<p>Ho deciso che non l’avrei fotografato e che l’avrei raccontato a parole, con calma, in questa newsletter. Era squisito. Certe cose non hanno bisogno di essere condivise all’istante, e anzi possiamo lasciarle sedimentare e condividerle con calma, o magari addirittura tenerle per noi.</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</p>
<h3 id="libro">LIBRO</h3>
<p>Il mio libretto sulla liberazione degli smartphone è tornato disponibile, dopo la seconda ristampa. Come sempre è tutto autoprodotto e libero, quindi se lo volete solo leggere potete scaricarlo in digitale <a href="https://www.kenobit.it/libri-e-fanzine">dal mio sito</a> e farci quello che volete. Stampatelo, copiatelo, rubatemelo. Il sapere vuole essere libero. Se ne volete una copia fisica, la trovate <a href="https://kenobitshop.bigcartel.com/product/liberare-il-mio-smartphone-per-liberare-me-stesso">qui</a>. Nel frattempo, ho quasi finito di scrivere quello nuovo. Anzi, se tutto va bene, riuscirò a chiuderlo proprio oggi.</p>
<h3 id="concerti-di-settembre">CONCERTI DI SETTEMBRE</h3>
<p>6 settembre - L'Aquila, <strong>CASEMATTE</strong> - Concerto a sostegno di Gigi, compagno anarchico al momento ai domiciliari. &lt;3</p>
<p>13 settembre - Roma, <strong>CSOA LA TORRE</strong> - Non vedo l'ora di tornare a Roma!</p>
<p>BONUS: il 20 e 21 settembre, a Milano, torna <a href="www.zonawarpa.it">Zona Warpa</a>, la festa del videogioco ribelle itinerante. Ci saranno talk e workshop dedicati ai videogiochi e uno spazio espositivo dove chiunque potrà condividere le sue creazioni.</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
        <p>
            Non desideri ricevere queste mail?
            <a href="https://settimana.kenobit.it/subscription/246a767e-5259-43f2-a04d-630242372266/" style="color: #888;">Cancella iscrizione</a>
        </p>
        <p>Powered by <a href="https://listmonk.app" target="_blank" style="color: #888;">listmonk</a></p>
    </div>
    <div class="gutter" style="padding: 30px;">&nbsp;<img src="https://settimana.kenobit.it/campaign/246a767e-5259-43f2-a04d-630242372266/00000000-0000-0000-0000-000000000000/px.png" alt="" /></div>
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</html>
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      <pubDate>Mon, 01 Sep 2025 11:01:18 +0200</pubDate>
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      <title>[La Settimana Sovversiva] La scuola del punk e storie musicali del secolo scorso</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/fb5b31e0-41db-445b-b730-376137be8a0d</link>
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        <title>[La Settimana Sovversiva] La scuola del punk e storie musicali del secolo scorso</title>
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<body style="background-color: #f4e8bd;font-family: 'Helvetica Neue', 'Segoe UI', Helvetica, sans-serif;font-size: 15px;line-height: 26px;margin: 0;color: #444;">
    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/fb5b31e0-41db-445b-b730-376137be8a0d/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p><em>Ciao! Torno a scrivervi qui sulla Settimana Sovversiva, dopo un momento di pausa, dovuto un po' al riposo e un po' al fatto che non c'era alcun tema che volessi trattare. Quando ho iniziato a fare questa newsletter, mi sono promesso di non obbligarmi mai a scriverla. Ogni tanto è ok anche finire le idee, no? Questa storia, invece, mi frulla in testa da qualche giorno. Spero che vi piaccia, è un piccolo viaggio nel passato di internet e della musica, con una canzone più attuale che mai.</em></p>
<p>Una mia amica ha una maglietta bellissima con scritto &quot;All my morals come from punk&quot;. La prima volta che l'ho vista sono rimasto folgorato, perché nella sua semplicità è una frase verissima. Tutti i valori che mi stanno a cuore oggi sono entrati nella mia vita tramite il punk. Dove sarei e chi sarei, oggi, se non mi fossi innamorato della musica?</p>
<p>A sedici anni, comprensibilmente, non sapevo niente della vita. Mi interessavano tre cose: i videogiochi, lo skateboard e il punk. Era la fine degli Anni '90, un'epoca ancora prevalentemente offline, nella quale il World Wide Web stava iniziando lentamente a diffondersi, ma non era certo la fonte ubiqua di informazione (e disinformazione) che è oggi. Il mondo lo scoprivi per caso, andando a sbattere contro le cose, e approfondire gli stimoli interessanti a volte era un'impresa impossibile. Poteva capitarti di sentire una canzone bellissima e non ritrovarla mai più.</p>
<p>Il punk me lo dovevo andare a cercare, scandagliando i negozi di dischi in cerca di musicassette, che solitamente erano sepolte in una generica sezione &quot;rock&quot;, facendomi guidare dai simboli trasgressivi che promettevano chitarre distorte e rabbia adolescenziale. Una volta io e un mio amico comprammo in società la musicassetta di <a href="https://youtu.be/EDNxwiKt49M">Tested</a>, una raccolta di brani live dei Bad Religion. Era una sorta di greatest hits e come tale non aveva i testi stampati nel libretto, che però erano la mia cosa preferita, perché senza non ero ancora in grado di capire cosa dicessero le canzoni.</p>
<p>Per farvi capire quanto fossero altri tempi, inviammo una lettera cartacea all'indirizzo di Epitaph, l'etichetta che aveva pubblicato il disco, fondata proprio da Brett Gurewitz, un membro della band. Con il nostro inglese appena imparato scrissimo qualcosa del tipo: &quot;Ciao, siamo due fan italiani, abbiamo comprato Tested ma non ci sono dentro i testi e vorremmo capire le canzoni. Dove li possiamo trovare?&quot; Un paio di mesi dopo ricevemmo una grossa busta dagli Stati Uniti. Al suo interno, una foto firmata da tutta la band e un mucchio di fogli con stampati i testi. Parlavano di battaglie, ingiustizie, miserie, guerra, rivendicazioni e sbronze. Che grandi, i Bad Religion. &lt;3</p>
<p>La scena stava esplodendo anche in Italia. Mi godevo il brivido delle prime libertà da protoadulto e andavo a sentire i concerti nei centri sociali, con somma preoccupazione di mia mamma. C'erano band come i Punkreas, gli Shandon, i Crummy Stuff, i Sottopressione, e a volte pure gruppi leggendari dall'estero, quelli abbastanza schierati da scegliere luoghi di libertà come il Deposito Bulk, dove vidi gli Shelter e i Propagandhi. Ci andavo attirato dalla musica, ma ero una giovane spugna che assorbiva tutto ciò che vedeva. Sui muri c'erano manifesti che parlavano di Chiapas, Palestina e di una miriade di battaglie che non conoscevo. C'erano le ciclofficine, dove ti potevi riparare gratis la bicicletta e scoprivi realtà come la Critical Mass e i movimenti per la mobilità alternativa, e gli hacklab, dove per la prima volta entrai in contatto con il concetto cultura libera, copyleft e Creative Commons. Sempre lì, parlando con gente più grande di me, ho scoperto che esisteva il femminismo, e persino che qualcuno non mangiava né carne né latticini. Non sono diventato un attivista da un giorno all'altro, ma ognuno di quegli stimoli è stato un seme che mi si è piantato nel cervello, per poi germogliare anni dopo. Sono molto grato di averli ricevuti.</p>
<p>Poco dopo venne Napster. A raccontarlo oggi sembra di parlare di età del bronzo, ma fu una svolta. All'improvviso non dovevi più sperare che il tuo negozio di dischi recuperasse qualcosa di interessante. Bastava connettersi e tac, in sole due ore potevi scaricare un MP3 da tre minuti. I download istantanei a cui siamo abituate oggi erano fantascienza, ma il futuro era arrivato. Visto che internet si pagava al minuto, come le telefonate, andavo nell'ufficio attrezzatissimo del padre di un mio compagno di classe e scaricavo tutto quello che trovavo. A volte i titoli erano inesatti e i brani erano attribuiti alle band sbagliate. Per esempio, girava una cover del tema di <a href="https://youtu.be/SDwk59K0KMQ">The Legend of Zelda fatta dai System of a Down</a>, che invece era di un tale Joe Pleiman. Ero nel pieno del mio periodo iconoclasta adolescenziale, quello in cui vuoi bruciare tutto perché sì, quindi fui attirato da un’altra canzone diffusa con il titolo sbagliato: l’MP3 si chiamava <a href="https://youtu.be/SPpXY1aWKgI">Propagandhi - Fuck Religion.mp3</a>. La scaricai senza pensarci.</p>
<p>Nel frattempo Internet si era evoluto e bastò un colpo di motore di ricerca per scoprire il testo e il vero titolo del brano: &quot;Haillie Sellasse, Up Your Ass&quot; (sul disco è scritto così, ma il nome giusto sarebbe Haile Selassie). Ai tempi non sapevo assolutamente chi fosse, Haile Selassie. L'avevo sentito nominare solo da Elio e le Storie Tese, che ne Gli Immortacci citano Bob Marley e dicono &quot;se fumamo el sigaretto con l'amico Selassiè&quot;. Ora so che è una figura messianica della religione rastafariana, nonché un personaggio rilevante e controverso della storia dell'Etiopia e della spinta decolonizzatrice. Anche per questo, la prima parte del testo mi risultava un po' enigmatica. Che male ci hanno fatto i rastafariani?</p>
<p>Faceva così:</p>
<blockquote>
<p><em>You speak of Rastafari, but how can you justify belief in a God that’s left you behind. You simply fill the gap between the upper and lower class and your faith merely keeps you in line. An amalgamation of jewish scripture and christian thought. What will that get you? Not a fucking fuck of a lot.</em></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p><em>Take a look at your promised land. Your deed is that gun in your hand. Mt. Zion’s a minefield. The West Bank. The Gaza strip… Soon to be parking lots for American tourists and fascist cops. Fuck zionism. Fuck militarism. Fuck americanism. Fuck nationalism. Fuck religion.</em></p>
</blockquote>
<p>Facciamo un po' di analisi del testo! La prima parte è una critica al rastafarianesimo, che ai tempi veniva troppo spesso citato come se fosse solo uno stile di vita fatto di canne e dreadlocks, ma che era in realtà una vera e propria religione. Oggi sappiamo che i Propagandhi si riferivano nello specifico ai Bad Brains, band hardcore di cui erano grandi fan, convertita al rastafarianesimo, delusi da [un loro brano fortemente omofobo]. La seconda parte, invece, mi era chiara anche ai tempi.</p>
<blockquote>
<p><em>Guarda la tua terra promessa. Il tuo atto di proprietà è la pistola che hai in mano. Il monte Sion è un campo minato. La West Bank. La Striscia di Gaza... presto diventeranno parcheggi per turisti americani e sbirri fascisti. Fanculo al sionismo. Fanculo al militarismo. Fanculo all'americanismo. Fanculo al nazionalismo. Fanculo alla religione.</em></p>
</blockquote>
<p>Qui si parla chiaramente di Palestina, in un modo tristemente profetico. Quando Trump ha pubblicato quell'osceno video fatto con l'IA, in cui immagina Gaza come una riviera di lusso per turisti, non ho potuto non ripensare a questa canzone, riflettendo amaramente su come sia ancora più attuale oggi di quando è stata scritta, trentuno anni fa.</p>
<p>Il finale mi gasava moltissimo. La rabbia adolescenziale mi rendeva particolarmente permeabile ai &quot;fuck qualcosa&quot;, e dopo un'infanzia di catechismo ed educazione cattolica ero fiero del mio nuovo e fiammante ateismo. Oggi, invece, risentendola, ci sono parti che mi mettono a disagio. Certo, vaffanculo lo dico ancora alla religione organizzata quando viene usata come scusa per perpetrare violenze, ma per il resto un vaffanculo così generico e senza appello non mi sento più di lanciarlo. Da un lato, pur rimanendo ateo, ho una mia spiritualità, e proprio per questo non mi sento di fare le pulci a chi ne ha una diversa dalla mia. È un mondo difficile, che spesso è così cattivo da sembrare insensato, e io chi sono per dire alla gente che non deve credere in niente e che non può cercare del significato in questo marasma semiotico? Mi sembra a dir poco presuntuoso. Per questo mi ha riempito di gioia scoprire che Chris Hannah, cantante dei Propagandhi, ha dichiarato che quella canzone che ha scritto da ventenne non lo rappresenta più, perché la critica feroce e mirata al rastafarianesimo è un po' razzista e perde di vista l'importanza del discorso decoloniale, e perché il finale sembra abbracciare il cosiddetto &quot;new atheism&quot;, quell'ateismo militante, a mio avviso tossico, che dice alla gente in cosa può credere e in cosa no, e che si presta a facili strumentalizzazioni razziste. Nel 2018 l'ha riscritta e ricantata, <a href="https://youtu.be/1iLEj4T-vN8">così</a>, rimuovendo l'attacco a un singolo credo e aggiungendo un interessantissimo &quot;fuck&quot; in più:</p>
<blockquote>
<p><em>We reach our hands to the sky, but how can we justify belief in a god that's left us behind? Have we simply filled the gap between the upper and lower class? Does our faith really keep us in line? An amalgamation of ancient scripture and colonial thought. What will that get you, not a fuck of a lot. Take a look at your promised land. your deed is that gun in your hand. Mount Zion's a minefield, the West Bank, the Gaza Strip... Soon to be parking lots for American tourists and fascist cops. Fuck Zionism. Fuck militarism. Fuck Americanism. Fuck Nationalism. Fuck Religion. Fuck new Atheism.</em></p>
</blockquote>
<p>Così mi piace ancora di più. Grazie, amico punk, per avermi dato dei valori, e anche per avere il coraggio di metterti in discussione. Scegliere bene le parole, in un era di approssimazione, è più sovversivo che mai.</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</p>
<h3 id="ristampa-del-libro">RISTAMPA DEL LIBRO</h3>
<p>Il mio libretto sulla liberazione degli smartphone è tornato disponibile, dopo la seconda ristampa. Come sempre è tutto autoprodotto e libero, quindi se lo volete solo leggere potete scaricarlo in digitale <a href="https://www.kenobit.it/libri-e-fanzine">dal mio sito</a> e farci quello che volete. Stampatelo, copiatelo, rubatemelo. Il sapere vuole essere libero. Se ne volete una copia fisica, la trovate <a href="https://kenobitshop.bigcartel.com/product/liberare-il-mio-smartphone-per-liberare-me-stesso">qui</a>. Il prezzo è sempre lo stesso, ma visto che ho avuto molti problemi con i pieghi di libri ho preferito aggiungere il costo di una spedizione più sicura. Nella prima run delle spedizioni includevo anche le fanzine, ma nel periodo estivo non avrò modo di piegarle in grandi quantità, quindi le metterò come articolo a parte. Anche quelle, ovviamente, le trovate gratis sul mio sito!</p>
<h3 id="concerti-di-agosto">CONCERTI DI AGOSTO</h3>
<p>14 agosto - San Benedetto del Tronto, <strong>FESTA ROSSA</strong> - Mi troverete alla festa di Rifondazione il a San Benedetto del Tronto, dove farò un talk di pomeriggio e un concerto con il Game Boy la sera.
20 agosto - Sanremo, <strong>SCAMBI FESTIVAL</strong> - Dalle 21:00, in piazza San Costanzo, talk e poi concerto all'aperto!</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
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      <pubDate>Mon, 11 Aug 2025 15:04:17 +0200</pubDate>
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      <title>[La Settimana Sovversiva] Ridefinire il concetto di vittoria, alla faccia di Google</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/9f0290f6-ab11-45b0-bcd5-06df5a2a5838</link>
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        <title>[La Settimana Sovversiva] Ridefinire il concetto di vittoria, alla faccia di Google</title>
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    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/9f0290f6-ab11-45b0-bcd5-06df5a2a5838/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p><em>Ciao! Nelle ultime settimane non mi avete sentito perché sono stato risucchiato dall’organizzazione (e dallo svolgimento) di Zona Warpa, il nostro festival del videogioco ribelle e itinerante. Si è appena conclusa l’edizione di Roma, al Forte Prenestino, un’esperienza bellissima, ma più intensa del previsto a causa di un incendio nel parco fuori dallo spazio, che minacciava di scavalcare le mura e ci ha costretto ad annullare un’intera giornata di programmazione. È stato molto difficile, ma ce l’abbiamo fatta. Un giorno vi racconterò la storia completa, ma nel frattempo voglio ringraziare il collettivo del Forte Prenestino, che dimostra come con l’autogestione si possa superare qualsiasi sfida: anche le fiamme. Tra gli interventi saltati causa apocalisse ce n’era anche uno mio, intitolato “Degooglizzazione: come e perché dire di no a Google”, per il quale avevo addirittura preparato delle slide. In questi giorni di decompressione post-festival lo registrerò e lo pubblicherò su Peertube, ma ho pensato di affrontarne una sfaccettatura qui, tra le righe della Settimana Sovversiva. Buona lettura!</em></p>
<p>Stiamo perdendo? Stiamo vincendo? Cosa vuol dire vincere o perdere? E se il problema fosse che l’egemonia dei social ha deformato il nostro concetto di vittoria, disinnescandoci?</p>
<p>Le piattaforme come Instagram e TikTok ci propongono un’idea di successo fatta di assoluti, dove ogni influencer diventa l’incarnazione di uno stile di vita, da praticare con abnegazione monastica per lo spettacolo algoritmico. La moderazione e la lentezza non tirano. Devi mangiare 200 grammi di proteine al giorno. Devi farti un bagno ghiacciato tutte le mattine. Devi entrare nel grindset, strapazzarti, sacrificarti, esagerare, mettere in secondo piano la tua vita reale e sovrascriverla con la tua immagine digitale. Il successo smette di essere un percorso di crescita personale, che è la ricompensa di sé stessa, e si trasforma in un’insulsa medaglia da sfoggiare. Diventa una competizione che obbedisce alle fredde regole dei numeri e influenza i nostri ragionamenti, scombinandoci le priorità. Perché facciamo le cose? Per chi le facciamo?</p>
<p>L’ubriacatura social ci ha convinto che vale la pena di fare solo le cose in cui possiamo eccellere, quelle che possiamo monetizzare. Se non puoi vendere i tuoi disegni, posa la matita. Se non puoi riempire un palazzetto di fan urlanti, appendi al chiodo quella chitarra, o ancora meglio non iniziare nemmeno a suonare, perché ormai hai un’età e non avrai mai tempo di diventare abbastanza bravo. Questa mentalità nuoce gravemente al nostro spirito e ci priva della gioia di fare le cose perché ci va di farle, a prescindere dalla presenza di un pubblico pagante. Se applichiamo lo stesso ragionamento alla lotta e all’attivismo, ci spinge verso una pericolosa ignavia.</p>
<p>“Se non posso cambiare il mondo con un mio gesto, allora tanto vale che non faccia nulla.” O tutto o niente, e visto che il tutto non è quasi mai un’opzione, quando si parla di mettere in dubbio lo status quo, ci ritroviamo a guardare passivamente mentre il mondo va a fuoco. La degooglizzazione ci offre un esempio perfetto di questo concetto, nonché un’occasione per hackerare il nostro sé e passare dall’immobilità all’azione.</p>
<p>Degooglizzarsi significa smettere di usare i servizi di Google, arrivando a boicottare in toto l’azienda. Ci sono tantissimi motivi per farlo, ma quello più attuale è il supporto che offre a Israele durante il genocidio in Palestina. Il settore tech è uno dei più redditizi e strategici per il regime sionista e Google ne è uno dei principali sostenitori, a livello economico e tecnologico. Ha aperto degli uffici a Tel Aviv nel 2013, investe miliardi nelle startup israeliane e mantiene stretti legami professionali con il ramo informatico delle forze di occupazione. Nel 2021 ha firmato un contratto dal nome in codice “Project Nimbus”, per il quale insieme ad Amazon si impegna a offrire a Israele servizi di cloud computing e risorse IA avanzate, le stesse che con tutta probabilità hanno alimentato il progetto Lavender, il sistema con il quale l’esercito ha scelto i bersagli all’inizio dell’invasione (che è un’IA addestrata anche con i metadati che regaliamo a WhatsApp, ma è un’altra storia). <a href="https://theintercept.com/2025/05/12/google-nimbus-israel-military-ai-human-rights/">Una fuga di informazioni</a> ci ha rivelato che Google sa perfettamente che il suo apporto tecnologico potrebbe tradursi in crimini contro i civili, ma che ha deciso di fregarsene in nome del profitto. Insomma, se vi sta a cuore la causa palestinese e volete smettere di sostenere l’oppressione con i vostri acquisti e le vostre vite, boicottare Google è importante.</p>
<p>Ma come si fa? Google si è insinuato in ogni pertugio delle nostre vite e liberarsi dal suo ecosistema sembra impossibile. Lo dico subito: liberarsene del tutto in un colpo solo <em>è</em> impossibile, specie se avete una vita nella quale dovete lavorare e interagire con delle persone. Google lo sa benissimo ed è proprio su questo che punta. La distanza del traguardo ci fa passare la voglia di intraprendere il cammino. Il capitalismo digitale vive solo di risultati e ci ha rubato la gioia delle piccole conquiste. Degooglizzarsi, oltre che un atto politico, può essere un modo per spezzare questo incantesimo.</p>
<p>Mollare Google significa apportare tanti cambiamenti nella propria vita. Alcuni sono minuscoli, come cambiare motore di ricerca, altri richiedono più impegno, come sostituire Gmail o abbandonare Maps. La mole di cose da fare è scoraggiante, ma noi dobbiamo cambiare forma mentis. Gli ultimi dieci anni ci hanno insegnato che siamo un fallimento se non raggiungiamo all’istante l’obiettivo. La verità è che ogni piccola riconquista è una vittoria da celebrare.</p>
<p>Non amo le metafore belliche, ma siamo in guerra, anche se non ce ne accorgiamo. Google ha conquistato le nostre vite e ci ha costruito un muro intorno. Ogni servizio che gli strappiamo, per quanto piccolo, toglie risorse al nostro nemico e ci consente di riprenderci un po’ di territorio, e non solo: ci permette di piazzare una bandiera che inviti altre persone a combattere al nostro fianco. Il fatto che non sia possibile riconquistare tutto il castello con una singola battaglia non vuol dire che non valga la pena combattere. Possiamo scambiare uno stato di sconfitta permanente con tante piccole gioie. Ogni pixel di libertà digitale che ci riprendiamo è un trionfo, anche se la via è ancora lunga.</p>
<p>Possiamo ricominciare a muoverci, anche se gli obiettivi ci sembrano irrealistici e lontani. Il piacere è camminare. La gioia è farlo insieme.</p>
<p>Non vedo l’ora di condividere con voi il mio percorso sulla degooglizzazione, registrando il discorso che avrei fatto a Roma, e festeggiare con voi migliaia di piccole vittorie. Nell’attesa, se avete dubbi o curiosità su questo tema, rispondete pure a questa mail. Sarò felice di raccontarvi tutto quello che so.</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</p>
<p><em>Se vi va, condividete questa mail con le vostre persone care e come sempre, se volete, rompere il muro della socialità online scrivendomi a kenobit@protonmail.com!</em></p>

    </div>
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      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
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      <pubDate>Mon, 07 Jul 2025 12:49:28 +0200</pubDate>
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      <title>[La Settimana Sovversiva] Come dire vaffangoogle a YouTube</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/25df1059-c88e-4243-85af-fd87918d4661</link>
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        <title>[La Settimana Sovversiva] Come dire vaffangoogle a YouTube</title>
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    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/25df1059-c88e-4243-85af-fd87918d4661/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p>Oggi vi parlo di una piccolezza che mi manda fuori dai gangheri. Avete mai usato l’app di YouTube? Se la usi per sentire un disco e spegni lo schermo, la musica si ferma. Se l’app va in background, anche solo perché devi controllare la mail, smette di riprodurre i suoi video. Se non vuoi che sia così devi dare 14 euro al mese a Google per sbloccare YouTube Premium. Capiamoci: una funzione così semplice e basilare, che dovrebbe essere parte dell’esperienza standard di un’app di condivisione video, è un lusso aggiuntivo per chi può pagare un costoso abbonamento. È un caso lampante di design ostile e odio tutto ciò che rappresenta.</p>
<p>Odio, nello specifico, il fatto che abbiamo accettato che questa sia la normalità. Da YouTube non si scappa, perché le pratiche monopoliste di Google hanno fatto fuori ogni forma di concorrenza (ricordate Vimeo e Dailymotion?), quindi ci siamo abituate ad accettare angherie digitali come questa, senza farci domande. La stessa azienda statunitense che vive rubando e smerciando i nostri dati ci crea intenzionalmente un fastidio per poterci spremere ancora di più. Lo trovo simbolico.</p>
<p>Il capitalismo digitale è un culto dell’umiliazione.</p>
<p>Ci toglie cose che dovrebbero essere già nostre e poi ce le rivende. E ci tocca pure dire grazie! Sento già i paladini del neoliberismo dire: “Nessuno ti obbliga a usare YouTube. Se non ti piacciono le condizioni del servizio, puoi non usarlo!” Certo, come se fosse possibile ignorare del tutto la piattaforma gigante su cui l’umanità ha caricato più di 5 miliardi di video, utilizzata persino dai quotidiani, sulla quale vengono uploadate più di 360 ore di contenuti al minuto. È diventata lo standard solo grazie al controllo senza precedenti esercitato da Google su Internet. La ricchezza di YouTube sono i video e i video sono di chi li ha creati, ossia noi. Ha senso che lo strumento più diffuso per la condivisione di filmati sia al servizio degli interessi di un’azienda privata, invece che della collettività che lo alimenta? Ha senso che, forte della sua posizione di dominio, Google possa arbitrariamente peggiorare la nostra esperienza, incrementando a dismisura la pubblicità e tirandoci in faccia un formato tossico di content, come gli Shorts? Ha senso che possa brandire questo potere per imporci qualsiasi capriccio, come “Se vuoi ascoltare con lo schermo spento mi devi pagare di più”?</p>
<p>No. <em>Vaffangoogle</em>.</p>
<p>Ridurre il nostro uso di YouTube è possibile e auspicabile, ma pensare di poterlo mollare da un giorno all’altro è una follia irrealistica. Personalmente, ho smesso di regalargli i miei progetti personali e ho iniziato a caricarli su una mia istanza di <a href="videoteca.kenobit.it">PeerTube</a>, e nel libro che sto scrivendo parlo di come farlo e perché, ma è una battaglia a lungo termine. Nell’immediato, con lo strapotere di YouTube dobbiamo convivere.</p>
<p>Vi propongo quindi un piccolo esercizio con il quale potrete riprendervi un pezzettino della vostra libertà digitale. In un mondo in cui le nostre vite digitali sono merce di scambio, anche le più piccole rivendicazioni sono grandi vittorie. Sono come le ciliegie: una tira l’altra.</p>
<p>Con dieci minuti del vostro tempo potete scaricare un’app non ufficiale per vedere YouTube, senza pubblicità, che funziona offline, non raccoglie dati su di voi, basata sul software libero, con funzioni fantascientifiche come la riproduzione in background e con lo schermo spento. Si chiama NewPipe e funziona a meraviglia. Si scarica da F-Droid, uno “store” non ufficiale, inviso a Google, pieno di software liberi e gratuiti.</p>
<p>Procedimento:</p>
<ul>
<li>Dal browser del vostro smartphone Android, andate su <a href="https://f-droid.org/">www.f-droid.org</a></li>
<li>Cliccate su “Scarica F-Droid”</li>
<li>Google cercherà di manipolarvi con il terrorismo psicologico, dicendovi che l’app non viene da una fonte sicura (dove la sicurezza, ricordiamo, è sancita da lui, lo stesso che vi fa scaricare senza problemi app pericolosissime da Play Store) e che potrebbe danneggiare il vostro telefono</li>
<li>Mandatelo affangoogle e date l’autorizzazione a installarla</li>
<li>Aprite F-Droid e cercate NewPipe</li>
<li>Installatelo e godetevelo!</li>
</ul>
<p>Ora potete vedere YouTube con un'app studiata per servirvi, invece che per sfruttarvi.</p>
<p>Nota: non ho un iPhone e che io sappia offre meno opzioni per fare cose belle come questa, ma se qualcunx all’ascolto conosce una tecnica equivalente su iOS, mi scriva e aggiungerò il consiglio alla prossima Settimana Sovversiva. E in generale, se avete bisogno di aiuto per installare NewPipe, rispondete pure a questa mail e sarò felice di aiutarvi.</p>
<p>Possiamo dire no alla normalità che ci viene imposta e lottare, pur nel nostro piccolo, per ridefinirla. Ogni pixel che riconquistiamo, anche solo nella nostra sfera personale, è importante. Pensare che non lo sia fa il gioco di Google e di chiunque voglia convincerci che nessun'altra normalità è possibile.</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</p>
<h3 id="concerti-ed-eventi">CONCERTI ED EVENTI</h3>
<p>Questa settimana sono emozionato perché sta arrivando ZONA WARPA a Torino, un evento che abbiamo organizzato col cuore. Due giorni di festa, pieni di videogiochi, persone che li creano e talk/workshop per imparare a capirli e a farli. Il tutto senza barriere all'ingresso. Saremo al CSOA Gabrio venerdì e sabato, dalle 14 a notte fonda. L'ingresso è a offerta libera (consigliati 5 euro, ma se siete al verde vanno bene anche zero). Oggi, su <a href="www.livellosegreto.it">Livello Segreto</a> condividerò i flyer e il programma degli interventi. A proposito, tutti i video delle vecchie edizioni di Zona Warpa sono su PeerTube, su <a href="video.zonawarpa.it">video.zonawarpa.it</a>. Ovviamente ci caricheremo anche quelli nuovi!</p>
<p><em>27 giugno</em> - eXSnia, <strong>Roma</strong> Concerto potentissimo!</p>
<p><em>28 giugno</em> - Ex Asilo Filangieri, <strong>Napoli</strong> Felicissimo di tornare a Napoli a suonare!</p>
<p>Zona Warpa:<br />
21-22 giugno, <strong>TORINO</strong>, CSOA Gabrio<br />
4-5 luglio, <strong>ROMA</strong>, CSOA Forte Prenestino<br />
20-21 settembre, <strong>MILANO</strong>, Cascina Occupata Torchiera</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva! Se vi va, condividete questa mail con le vostre persone care e come sempre, se volete, rompere il muro della socialità online scrivendomi a kenobit@protonmail.com!</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
        <p>
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            <a href="https://settimana.kenobit.it/subscription/25df1059-c88e-4243-85af-fd87918d4661/" style="color: #888;">Cancella iscrizione</a>
        </p>
        <p>Powered by <a href="https://listmonk.app" target="_blank" style="color: #888;">listmonk</a></p>
    </div>
    <div class="gutter" style="padding: 30px;">&nbsp;<img src="https://settimana.kenobit.it/campaign/25df1059-c88e-4243-85af-fd87918d4661/00000000-0000-0000-0000-000000000000/px.png" alt="" /></div>
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</html>
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      <pubDate>Tue, 17 Jun 2025 07:46:38 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] L&#39;importanza della festa</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/31f868c2-f674-4743-8247-959a17d64b71</link>
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<body style="background-color: #f4e8bd;font-family: 'Helvetica Neue', 'Segoe UI', Helvetica, sans-serif;font-size: 15px;line-height: 26px;margin: 0;color: #444;">
    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/31f868c2-f674-4743-8247-959a17d64b71/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p>Credo fermamente nella festa. Penso che tutto debba ripartire proprio da lì: dalla gioia di riunirsi.</p>
<p>I ritmi del capitalismo, tra superlavoro e culto della produttività, ci spingono verso la solitudine, facendoci perdere la consapevolezza che siamo parte di una collettività. Questo ci fa male, non solo a livello mentale, perché siamo creature sociali, ma anche a livello politico, perché finché restiamo chiusi nelle nostre esistenze non ci renderemo mai conto che il mondo è pieno di persone che affrontano i nostri stessi problemi e che potremmo allearci per affrontarli. La festa ha il potenziale di ricucire gli strappi e restituirci la gioia sovversiva dello stare insieme. Sono convinto che sia fondamentale anche per curare il nostro immaginario, perché al momento c’è tantissima gente rassegnata al fatto che tutto sia destinato a peggiorare, inesorabilmente, e che pensa che qualunque desiderio di cambiamento sia un capriccio. All’utopia non ci crede proprio, perché non l’ha mai toccata con mano.</p>
<p>In una festa organizzata bene l’utopia è qua, adesso. Non ci sono barriere all’ingresso, tutte stanno bene, sono al sicuro, hanno da mangiare e da bere e accesso a svaghi e stimoli. Quando è così, una festa ci regala uno spiraglio di vita in cui il mondo funziona come vorremmo, dove ci comportiamo come se l’utopia fosse già qua e realizziamo che non è un traguardo irrealizzabile, un luogo che non c’è, ma un metodo che può ispirare le nostre azioni.</p>
<p>L’utopia è un modo diverso di interagire tra noi. Ci basta meno di quanto si creda per essere felici.</p>
<p>Per questo penso che la progettazione di una festa sia una grandissima responsabilità. Se ci pensate, anche “organizzare” è un atto di potere. Anche definire una lineup lo è. Per questo penso che la festa perfetta sia quella in cui tuttx siamo contemporaneamente partecipanti e organizzatorx. Nessuno comanda e tuttx contribuiscono con ciò che sanno fare, senza rigide scalette. In quest’ottica, sono emozionatissimo all’idea di VILLAGGIO ARCADE, una festa sperimentale che ha organizzato il mio amico Rico (e alla quale ho contribuito anch’io).</p>
<p>Lascio la parola a lui:</p>
<blockquote>
<p><em>Il nome è Villaggio Arcade ed è una residenza hyper relax che si terrà a Saludecio (RN) l' 8-9-10 luglio.</em></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p><em>Gli ingredienti sono questi: posto tenda sotto l'ombra degli ulivi, su terrazzamenti quindi in piano, vicini alla struttura, piscina, sala giochi, postazione open jack per suonare (impianto Lem da 2Kw!), accesso WiFi, cucina con cuoco incluso, toilet/compost toilet/doccia.</em></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p><em>Obiettivo: conoscere nuove persone e scambiare informazioni in un contesto rilassato senza orari</em></p>
</blockquote>
<blockquote>
<p><em>Programma: Il programma non è specifico, ciò che succede sarà stabilito dall'entusiasmo che le proposte riceveranno, in linea di massima si potrà: esplorare il luogo, percorrere i molteplici sentieri nel bosco, cercare (e forse trovare) le grotte scavate nel tufo; ascoltare musica, vedere performance e/o essere chi fa musica o chi performa (la postazione open jack è semplicemente lo strumento tecnico che permette di mostrare e suonare, non c'è una lineup ma saranno con noi al Villaggio sia Kenobit che Nonmateria e Zona Mc passerà sicuro), partecipare o tenere dei talk su argomenti decisi sul momento, partecipare o organizzare tornei goliardicamente competitivi ai giochi più assurdi che ti vengono in mente (o che sono venuti in mente a noi!), mangiare sano e sfizioso (la cucina a prezzi popolari sarà curata da Valentino, grande amico e cuoco di stampo macrobiotico, sarà principalmente vegana e con verdure della zona/del villaggio), bagno in piscina, contemplazione del firmamento.</em></p>
</blockquote>
<p>La festa durerà tre giorni, infrasettimanali, e si svolgerà <a href="https://villaggioarcadia.it/">qua</a>. Lo spazio è bellissimo, ma non infinito, quindi abbiamo solo 30 posti. Se vuoi prenotarne uno, scrivi a rico@fisherprais.com per scoprire tutte le info del caso. L’evento è no profit: i tre giorni costano 60 euro a persona, inclusivi di tutti i servizi di cui sopra.</p>
<p>Ho fatto anche un piccolo flyer, rubando una schermata a uno dei miei giochi preferiti di tutti i tempi.</p>
<p><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/scanline.png" alt="flyer" /></p>
<p>A proposito di giochi, vi ricordo anche che si avvicina Zona Warpa, con la doppia data a Torino (21 e 22 giugno al CSOA Gabrio) e a Roma (4 e 5 luglio al Forte Prenestino). Ce la mettiamo tutta a organizzare le feste che a cui vorremmo andare!</p>
<p>Torno a scrivere il libro, che è quasi finito!</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</p>
<h3 id="concerti-ed-eventi">CONCERTI ED EVENTI</h3>
<p><em>7 giugno</em> - Nadir, <strong>San Benedetto del Tronto</strong> Combo talk + concerto con Game Boy</p>
<p><em>10 giugno</em> - <strong>Grosseto</strong> Un evento in piazza, presto più info</p>
<p><em>27 giugno</em> - eXSnia, <strong>Roma</strong> Concerto potentissimo!</p>
<p><em>28 giugno</em> - Ex Asilo Filangieri, <strong>Napoli</strong> Felicissimo di tornare a Napoli a suonare!</p>
<p>Zona Warpa:<br />
17 maggio, <strong>MACERATA</strong>, Sisma<br />
21-22 giugno, <strong>TORINO</strong>, CSOA Gabrio<br />
4-5 luglio, <strong>ROMA</strong>, CSOA Forte Prenestino<br />
20-21 settembre, <strong>MILANO</strong>, Cascina Occupata Torchiera</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva! Se vi va, condividete questa mail con le vostre persone care e come sempre, se volete, rompere il muro della socialità online scrivendomi a kenobit@protonmail.com!</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
      </div>
    
    <div class="footer" style="text-align: center;font-size: 12px;color: #888;">
        <p>
            Non desideri ricevere queste mail?
            <a href="https://settimana.kenobit.it/subscription/31f868c2-f674-4743-8247-959a17d64b71/" style="color: #888;">Cancella iscrizione</a>
        </p>
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    </div>
    <div class="gutter" style="padding: 30px;">&nbsp;<img src="https://settimana.kenobit.it/campaign/31f868c2-f674-4743-8247-959a17d64b71/00000000-0000-0000-0000-000000000000/px.png" alt="" /></div>
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      <pubDate>Tue, 03 Jun 2025 12:13:34 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>[La Settimana Sovversiva] Contro la disperazione</title>
      <link>https://settimana.kenobit.it/archive/ce9ef6b7-406f-43df-9895-1224abca647f</link>
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        <title>[La Settimana Sovversiva] Contro la disperazione</title>
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<body style="background-color: #f4e8bd;font-family: 'Helvetica Neue', 'Segoe UI', Helvetica, sans-serif;font-size: 15px;line-height: 26px;margin: 0;color: #444;">
    <div class="gutter" style="padding: 10px;text-align: center;"><a href="https://settimana.kenobit.it/campaign/ce9ef6b7-406f-43df-9895-1224abca647f/" style="color: #888;font-size: 12px;">Apri nel browser</a></div>
    <div class="sovversiva"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/header.png" alt="La Settimana Sovversiva"></div>
    <div class="wrap" style="background-color: #fff;padding: 30px;max-width: 525px;margin: 0 auto;border-radius: 0px;color: #4a6cbd">
        <p>È un periodo molto difficile per chi possiede un cuore funzionante. Ogni giorno ci giungono notizie di orrori sempre più disumani, ed è struggente come sembrino diventati la nuova normalità. Il fatto che stia succedendo nell’era degli smartphone e dei social media rende la situazione ancora più complessa, perché volenti o nolenti siamo tutte testimoni. A volte mi sento come se fossi costretto a guardare un incidente al rallentatore, che non posso fermare, per quanto lo voglia, come in quegli incubi in cui non riesci a scappare. E se è un incubo per me, figuriamoci come dev’essere per chi gli orrori li sta vivendo in prima persona.</p>
<p>In alcuni momenti la disperazione sembra l’unica reazione ragionevole. A volte sento una vocina che mi dice di mollare il fardello della speranza, che è tutto perduto, e che tanto vale accomodarmi con la testa sotto la sabbia, insieme a chi ha il privilegio di infilarcela. Il tutto mentre fuori piovono bombe e i bambini muoiono di fame. Parlo di Palestina, chiaramente, ma non è che il resto sia rose e fiori. Non starò qui a fare una rassegna dei mali del mondo, anche perché la Settimana Sovversiva nasce per farvi iniziare la settimana con un pensiero combattivo, non con la discografia dei Joy Division. Il punto non è questo.</p>
<p>Ultimamente sento sempre più persone dirmi che è troppo tardi, che è andata così, che non c’è più niente da fare. Abbiamo rotto la nostra civiltà oltre ogni possibilità di ripararla e adesso dobbiamo solo aspettare che finisca, come in quelle partite a Risiko dove hai perso tutto ma devi comunque aspettare due ore che gli altri finiscano di conquistare quei dannati 24 territori. Capisco perfettamente da dove arrivano questi pensieri. Non sono qui per sminuirli e anzi, se vi stanno facendo male vi abbraccio e vi ricordo che potete rispondere a questa mail, anche solo per scambiarci un pizzico di contatto umano. Però vi invito a lottare per tenervi stretta la speranza, perché è la chiave di tutto.</p>
<p>La disperazione ci viene venduta come una reazione logica, da persone adulte e mature, ma in realtà è la rinuncia a qualsiasi possibilità di cambiamento. È la bandiera bianca. È vero, siamo in una situazione gravissima e sminuirla sarebbe sciocco e irresponsabile, ma rinunciare alla speranza è una resa incondizionata. Ci disinnesca, perché quando smettiamo di sperare perdiamo la capacità e la spinta per immaginare un futuro diverso.</p>
<p>Se smettiamo di credere nella possibilità del cambiamento, rischiamo noi stessi di diventare la zavorra.</p>
<p>Continuare a sperare oggi è un atto di coraggio e resistenza, che ci fa tenere gli occhi aperti, nonostante gli orrori, perché solo così potremo vedere le occasioni di fare qualcosa di concreto. E se è vero che il mondo è cattivo, è altrettanto vero che è pieno di persone e realtà che ci danno motivi concreti per non rassegnarci al Game Over, per fare qualcosa in prima persona, pur nel nostro piccolo. Che poi, ricordiamolo, qualsiasi grande movimento è composto da tante minuscole prese di coscienza individuali.</p>
<p>La speranza è una necessità strategica e concreta, in questo momento storico. Dobbiamo averne cura e difenderla da chi cerca di spegnerla, perché sa che quando sarà estinta avrà veramente vinto la partita. Anche se così non fosse, preferisco correre il rischio di essere un illuso ad arrendermi e lasciarmi travolgere dal male, fino a farmi desensibilizzare.</p>
<p>Qualche settimana fa vi ho raccontato di Mahmoud e molte di voi si sono unite alla nostra piccola iniziativa di mutuo aiuto (a proposito, ho mandato la prima mail di aggiornamento a chi ha partecipato, se avete donato e non l’avete ricevuta scrivetemi e vi aggiungo alla prossima). Come sapete, da allora la situazione è precipitata e ci sono stati momenti in cui davvero la disperazione mi è sembrata l’unica via possibile. Per fortuna le persone stupende con cui condivido lo sforzo non hanno mai smesso di sperare, anche davanti all’orrore, e la loro stupenda irragionevolezza ha fatto partire telefonate, contatti e azioni concrete che alla fine hanno fatto succedere un miracolo. È una piccola luce nell’oscurità, ma è pur sempre una luce, perché quello che ha funzionato potrà essere replicato e il meccanismo che l’ha fatto succedere ci ha lasciato con nuove alleate, che potremo a nostra volta aiutare. Non vi racconto i dettagli qui, perché sono questioni personali e umane che non vanno spettacolarizzate, ma è la dimostrazione che continuare a sperare anche quando sembra tutto perduto non è un capriccio, ma un atto di lucidità.</p>
<p>Vi auguro un lunedì pieno di speranza.</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva!<br />
Kenobit</p>
<h3 id="concerti-ed-eventi">CONCERTI ED EVENTI</h3>
<p><em>7 giugno</em> - Nadir, <strong>San Benedetto del Tronto</strong> Combo talk + concerto con Game Boy</p>
<p><em>10 giugno</em> - <strong>Grosseto</strong> Un evento in piazza, presto più info</p>
<p><em>27 giugno</em> - eXSnia, <strong>Roma</strong> Concerto potentissimo!</p>
<p><em>28 giugno</em> - Ex Asilo Filangieri, <strong>Napoli</strong> Felicissimo di tornare a Napoli a suonare!</p>
<p>Zona Warpa:<br />
17 maggio, <strong>MACERATA</strong>, Sisma<br />
21-22 giugno, <strong>TORINO</strong>, CSOA Gabrio<br />
4-5 luglio, <strong>ROMA</strong>, CSOA Forte Prenestino<br />
20-21 settembre, <strong>MILANO</strong>, Cascina Occupata Torchiera</p>
<h3 id="scalpo">SCALPO</h3>
<p>Vi ricordo che anche questa sera, a Cantù, ci sarà SCALPO, la serie di letture organizzate da Savohead, dedicata a “Fa’ che questo ti radicalizzi” di Kelly Hayes e Mariame Kaba, tradotto e pubblicato in italiano da <a href="https://robinbook.substack.com/">Robin Book Gang</a>. Trovate tutte le informazioni sul <a href="https://scalpo.savohead.com/home/">sito</a>! Su <a href="https://scalpocast.savohead.com/@SCALPOcast">Castopod</a> c’è già la prima puntata e se volete entrare nella comunità c’è anche un server Matrix. Stasera ci sarò anch’io!</p>
<p>Buona Settimana Sovversiva! Se vi va, condividete questa mail con le vostre persone care e come sempre, se volete, rompere il muro della socialità online scrivendomi a kenobit@protonmail.com!</p>

    </div>
      <div class="sovversiva2"><img src="https://settimana.kenobit.it/uploads/footer.png" alt="La Settimana Sovversiva">
      <div class="credits" style="font-size: 10px;color: #888;">illustrazioni di <a href="https://www.gianlucafoli.com" target="_blank" style="color: #888;" >Gianluca Fol&igrave;</a><div/>
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      <pubDate>Mon, 26 May 2025 11:55:17 +0200</pubDate>
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